Il movimento #siamoaititolidicoda ha denunciato che “il disegno politico avviato dal ministro Sangiuliano e poi proseguito dal ministro Giuli appare chiaro: smantellare ciò che funziona, per una logica di punizione ideologica, senza una reale visione di sviluppo culturale e industriale”. In risposta, il movimento chiede che “l’identità culturale del cinema italiano torni al centro dell’agenda politica, attraverso politiche che salvaguardino il pluralismo produttivo e occupazionale”. Questo posizionamento emerge chiaramente nella sua proposta di adottare “un sistema efficace di finanziamento dell'industria cinematografica, in particolare del cinema indipendente”, prendendo a modello la Francia, che “già dal 2021 ha introdotto un sistema attraverso una tassazione delle piattaforme di streaming compresa tra il 20% e il 25%”.
Secondo il movimento, si tratta di “una misura semplice, concreta, capace di generare centinaia di milioni di euro di entrate pubbliche da reinvestire nel settore audiovisivo nazionale”.
#siamoaititolidicoda afferma che “un modello virtuoso che funziona perché inserito in una visione culturale e industriale chiara, storicamente radicata. Al contrario, in Italia si continua a dibattere in modo ideologico, rinunciando a soluzioni già sperimentate con successo in altri Paesi europei”. La critica si fa più netta quando evidenziano che una simile scelta normativa nel nostro Paese appare infattibile a causa di “una sudditanza sempre più evidente nei confronti degli interessi statunitensi”. Le riforme finanziarie e i decreti recenti starebbero, secondo loro, riportando in una condizione di “gravissima criticità” il cinema indipendente italiano, “favorendo ulteriormente le grandi società internazionali, in particolare quelle americane”.
Il movimento parla inoltre di “una progressiva svendita degli asset industriali e culturali del Paese, in una dinamica che richiama forme di vero e proprio colonialismo economico e culturale”.
Infine, ribadiscono che “mentre si denuncia la cronica mancanza di fondi, si ignorano consapevolmente strumenti che potrebbero portare decine, se non centinaia, di milioni di euro nelle casse dello Stato. Risorse che potrebbero essere utilizzate per rilanciare il settore, sostenere le opere prime, i film più rischiosi e sperimentali, e tutelare l’occupazione” in un settore definito “oggi ridotto a uno stato di degrado, sempre più esposto a logiche di subordinazione e dipendenza, che nulla hanno a che fare con la tutela e la valorizzazione della nostra cultura”.
Il modello francese di sostegno al cinema
In Francia esiste da tempo un modello di sostegno all’industria audiovisiva attraverso obblighi a carico delle piattaforme di streaming. Il Centre national du cinéma et de l’image animée (CNC) impone ai servizi come Netflix un contributo obbligatorio fino al 28% del fatturato generato in Francia, destinato alla produzione nazionale e al sostegno al cinema indipendente. Questa misura è considerata efficace e radicata nel contesto culturale e industriale francese, e ha alimentato il dibattito europeo sui modelli di regolamentazione del mercato dello streaming.
Anche in Svizzera è stata proposta una normativa simile, nota come “Lex Netflix”, che obbligherebbe le piattaforme di streaming a destinare il 4% del fatturato prodotto nel Paese alla produzione nazionale, pena il pagamento di una tassa equivalente.
Questa misura mira a ridurre la disparità tra media tradizionali e piattaforme digitali, e stimerebbe un apporto supplementare di circa diciotto milioni di franchi all’anno per il cinema elvetico.
La situazione italiana: investimenti e tagli
In Italia, il governo ha già adottato misure normative per fissare obblighi di investimento delle piattaforme di video on demand (VOD). Dal 2024, secondo il testo unico dei servizi media audiovisivi (Tusma), i servizi VOD devono destinare il 16% dei loro introiti netti nell’Unione europea, aumentati al 70% per le produzioni italiane, equivalente a circa un 11,2% del fatturato in Italia. Tuttavia, tale quota è inferiore rispetto al 20% precedente per l’intero mercato europeo.
D’altro canto, la finanziaria 2026 ha previsto tagli significativi al Fondo Cinema e Audiovisivo, principale strumento pubblico di sostegno al settore. L’entità della dotazione passa da circa settecento milioni a circa cinquecentodieci milioni di euro nel 2026, con un’ulteriore riduzione a circa quattrocentosessanta milioni dal 2027. Si tratta, nella sostanza, di una contrazione di quasi un terzo dei fondi disponibili, con gravi ripercussioni attese soprattutto sulle piccole e medie imprese, la produzione indipendente e l’occupazione nel settore.
Le associazioni di categoria hanno espresso forte preoccupazione: un taglio di questa portata “può compromettere anni di lavoro e far saltare decine di produzioni italiane già in fase di sviluppo”.
Si innesta in questo scenario il ragionamento del movimento #siamoaititolidicoda, che ritiene necessarie misure aggiuntive e strutturali, come una tassa sulle piattaforme di streaming, per tutelare l’industria nazionale.