Lucrezia Lombardo è una scrittrice che, nel corso degli anni, si è affermata non solo in Italia ma anche all'estero. La saggista si è raccontata in un'intervista esclusiva a Blasting News, nella quale ha posto l'accento sui prossimi progetti. Allo stesso tempo ha ripercorso la propria vita sottolineando alcuni passaggi decisivi per la sua scrittura.

Ciao Lucrezia, come si fa a conciliare il rapporto con poesia, romanzo e saggistica?

Scrivere, per me, è un'esigenza e, in quanto racconto, prevede la sperimentazione e l'ibridazione dei linguaggi. Difatti, l'uso di molteplici forme espressive si lega al bisogno di superamento che, a mio parere, muove ogni atto creativo: il punto di partenza è sempre la consapevolezza di essere mancanti, mai del tutto arrivati ​​e dunque pronti a scoprire nuovi aspetti di sé e punti di vista inattesi sul reale.

È ovvio, tuttavia, che mentre la saggistica richiede studio e rigore metodologico, la narrativa necessita invece di una vasta capacità di osservazione della realtà e di una forma di curiosità, che non si isolati dagli accadimenti, ma s'immerga piuttosto nella vita. La poesia, di contro, è un linguaggio espressivo che -almeno nel mio caso- risponde al bisogno di mettermi in ascolto, ne deriva una meditazione attraverso la quale mi è possibile comprendere più da vicino me stessa. Al di là della differenza stilistica ed espressiva, quindi, poesia, narrativa e saggistica rispondono ad un comune bisogno che riconosco in me: sforzarmi di guardare la vita con più profondità e autenticità rispetto a ciò che ci circonda quotidianamente e che si caratterizza spesso per superficialità, apparenza, arrivismo.

Del resto, chi tenta di creare qualcosa e pensa di avere qualcosa da dire, se lo fa con autenticità, espone se stesso all'altrui giudizio: nonostante il rischio che tale operazione presuppone, dunque, se si sceglie questa via, lo si fa anzitutto perché si è in cerca di una qualche forma di verità. Aggiungo poi un'ulteriore riflessione: quando una poesia o un quadro ci colpiscono, quando una melodia c'incanta, questo avviene poiché, in quell'attimo esatto, ci è dato di fare esperienza del bene, ovvero della parte migliore che è nell'uomo. In questo modo prende forma un'immagine della realtà che sa cogliere il cuore pulsante della vita, al di là della bruttezza, del dolore, della delusione, della falsità e delle maschere .

In quell'attimo in cui un'opera d'arte autentica ci parla, allora, noi siamo trasportati in una dimensione eterna, nella quale, almeno per un poco, è messa da parte la fatica di vivere.

C'è un libr che più degli altri ritieni abbia cambiato la tua carriera di scrittrice?

Non saprei risponderti, in quanto ciò che m'interessa quando scrivo è, anzitutto, il fatto di essere contenta dell'opera a cui ho dato forma. Per quel che mi riguarda conta, in primis, il piacere dello scrivere, ovvero l'essere nel libro facendone parte. Finché una storia mi fa crescere e richiede che io mi scomodi e mi evolva, allora, quel libro ha davvero qualcosa da darmi e sta cambiando me, dunque, senz'altro, cambierà anche “la mia carriera”, nella misura in cui m'insegnerà nuove prospettive e mi renderà “più maturazione” rispetto a com'ero in precedenza.

Ogni libro scritto con autenticità - voglio usare questo termine, poiché nell'etimologia richiama l'entrare dentro se stessi - è qualcosa che può cambiare il nostro io e la percezione di esso e del reale, dunque, di rimando, anche la carriera, ovvero i risultati che deriveranno da un racconto operazione di scavo. La priorità, tuttavia, non deve essere la carriera -lo ribadisco-, ma, appunto, l'autenticità. Ci sono oggi troppi autori frustrati - anche a ragione, dato lo stato della cultura contemporanea - che si lamentano dei pochi o mediocri riconoscimenti che ricevono, indice del fatto che aspirerebbero proprio a quella carriera -concepita come “svolta”- che finalmente decretiano il loro valore, canonizzandoli.

Eppure, tutti i grandi uomini hanno dovuto patire prima di essere riconosciuti e non per questo hanno smesso di ricercare. Eppure, tutti i grandi artisti hanno anteposto il loro personale punto di vista espressivo alle modalità, preferendo la marginalità rispetto all'acclamazione del mercato che avrebbe reso le loro opere inautentiche. La forza di non piegarsi, è stata da loro trovata in un impulso inconscio: la Musa, spingeva questi uomini e donne verso l'autenticità e non verso il mercato, ragione per cui, chi rinuncia alla Musa per il mercato, magari, riceverà un immediato plauso, ma non darà forma ad opere davvero rivoluzionarie. È pertanto normale che, laddove si ricerca qualcosa di più profondo rispetto al riconoscimento immediato, si deve mettere in conto di essere incompresi, demoliti, esclusi dai circuiti di rilievo e così via, ma tutto ciò avviene proprio quando si ha davvero qualcosa da dire.

Cosa dobbiamo attenderci da questo nuovo anno: pubblicherai una nuova opera?

Per quest'anno, tra gli altri progetti, si prevede l'uscita di due saggi, il primo dei quali è dedicato alla scuola contemporanea e alla sua crisi. Si tratta di un testo che indaga le cause profonde del disagio giovanile e che s'interroga sui valori (dis)educativi che la nostra società sta trasmettendo a questa generazione di adolescenti. L'altro saggio è invece un testo dedicato all'arte contemporanea -settore in cui tutt'ora lavoro come curatrice- e pone in dialogo la prima con certe correnti filosofiche, ma non voglio anticipare altro.

La tua prima raccolta di poesie, "La Visita" è stata pubblicata nel 2017: ritieni sia stato l'anno di svolta significativa?

Senz'altro, il 2017 è stato l'anno in cui mi sono esposta, trovando il coraggio di condividere con gli altri ciò che, sino a quel momento, era rimasto chiuso in un cassetto. Il mio primo libro - se ci ripenso adesso, peraltro, cambierei moltissime cose nella raccolta - è stato anzitutto un gesto di coraggio e che mi ha aiutato a diventare più decisa, a non vergognarmi di quel mondo interiore che, a lungo, avevo tenuto solo per me stessa, poiché mi era costato spesso derisione e isolamento. In quell'anno ho così imparato a non vergognarmi più del sogno che rincorrevo: scrivere.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?

In quest'anno nuovo prevedo, tra le altre cose, di svolgere varie presentazioni in giro per l'Italia, nonché di prendere parte a un importante festival che unisce arte e poesia in Francia, ma non anticipo altro.

Mi piacerebbe inoltre dare vita a uno spettacolo teatrale incentrato, appunto, sulla poesia, chissà che non riesca davvero a concretizzare questo desiderio.

Inoltre che effetto si prova nel sapere che le tue opere sono state oggetto di una tesi universitaria?

Quando mi è stata data la notizia della tesi, ero alquanto sorpresa. Poi, tra me e la studentessa che ha redatto la tesi magistrale per il dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Firenze, è nato uno splendido dialogo e una profonda intesa, che mi hanno permesso di raccontarmi senza maschere e di raccontare quanto poesia, letteratura e vita fossero per me intrecciate. Il mio percorso, difatti, non è stato semplice, ma non ho mai voluto usare le esperienze dolorose della mia vita per scrivere vittimizzandomi e ottenere così consensi.

Al contrario, la mia scrittura vuole essere resistente e la dimostrazione che, al di là di qualsiasi ferita, la vita è bella e ci è dato di guarire, se lo scegliamo davvero.

Che tipo di rapporto hai con Arezzo, terra natia tra l'altro di Francesco Petrarca e Guittone?

Da principio non ho amato la mia città natale. Non mi sono infatti mai sentita parte del modo di vivere tipico della gente del luogo, caratterizzato, sostanzialmente, da un costante bisogno di ostentazione della ricchezza e dello status sociale, con molteplici mezzi. Subito dopo il liceo - periodo in cui, peraltro, non ero particolarmente inserita dal punto di vista sociale e delle amicizie - ho voluto lasciare Arezzo e, con lei, un modo di vivere e dei valori che non mi erano mai appartenuti.

Poi, col tempo e con le vicissitudini che la vita impone, costringendoci ad includere nei nostri progetti anche l'imprevisto, ho imparato a valorizzare la mia città, senza tuttavia idealizzarla. Prendo infatti ciò che di buono Arezzo ha da darmi, sapendo che molto altro non fa per me. Non posso però negare che i grandi nomi a cui la città ha dato i natali, sono pressoché dimenticati da Arezzo stessa, l a quale non sa - e non ha mai saputo - valorizzare, come si dovrebbe, il ricchissimo patrimonio culturale, artistico e letterario di cui dispone. Posso inoltre dire, nei fatti, che Arezzo per me non ha fatto nulla, tuttavia, ho imparato ad accettarla così com'è: un luogo in cui faccio ritorno e trovo il silenzio, la bellezza dei vicoli solitari, i parchi ariosi e, nei dintorni, i monti del Casentino che amo.

Questo è ciò che della mia città serbo nel cuore.

Infine uno scrittore e un poeta che sono stati determinanti nel tuo approdo alla scrittura?

Sebbene siano molti gli scrittori ei poeti che sono stati determinanti nel mio percorso letterario, non posso non dichiarare il mio amore smisurato per Leopardi, Pasolini, Montale, Iosif Aleksandrovič Brodskij, Dino Campana e Rimbaud. Sono questi gli autori che ho più amato e che ho letto e riletto infinite volte, senza mai stancarmi. A loro devo la forza folle che non mi ha fatto rinunciare al sogno di scrivere; per loro ho inseguito questa strada incerta, che mi vuole ancora oggi pellegrina incapace e bisognosa , eppure innamorata della vita.