Il 17 marzo 1976 si spegneva a Roma Luchino Visconti, figura cruciale del cinema e del teatro del Novecento. Ricordato come "poeta nel racconto senza sconti di contraddizioni e crisi della società", fu un innovatore capace di riscrivere la rappresentazione degli universi sociali e familiari. Nel 2026 ricorre il cinquantennale dalla sua morte, evento celebrato attraverso una serie di iniziative che attraversano il panorama italiano e internazionale. Tra queste, la retrospettiva della Fondazione Cinema per Roma e quella di Ciné-histoire a Montreal, oltre alla proiezione di uno dei suoi capolavori, Ludwig, il 16 marzo al teatro alla Scala.
Un regista tra cinema, teatro e opera: dal neorealismo alla trilogia tedesca
Visconti, nato a Milano il 2 novembre 1906 da un’antica famiglia nobile lombarda (i Visconti di Modrone), portò nell’arte la contraddizione di un’educazione rigida e aristocratica unita a una sensibilità ribelle. Negli anni Trenta si avvicinò agli ambienti intellettuali parigini, grazie all’incontro con personalità come Coco Chanel, Jean Cocteau e soprattutto Jean Renoir, di cui fu assistente volontario. Il suo percorso cinematografico prese pieno avvio nel 1943 con Ossessione, film ispirato a un romanzo di James Cain, osteggiato dalle autorità fasciste e considerato dagli storici un autentico apripista del neorealismo.
Protagonisti Massimo Girotti e Clara Calamai, in una storia densa e cupa che intreccia amore clandestino e morte.
Visconti, aristocratico e partigiano, fu sempre "un intransigente ed elegante indagatore del passato e del presente attraverso rituali di classe in disfacimento e l’immersione in vite difficili". Dopo aver partecipato attivamente alla Resistenza – arrivando persino a nascondere armi e persone nella sua villa, e subendo per questo l’arresto dalla famigerata Banda Koch – si affermò come regista teatrale e cinematografico. Il suo secondo film, La terra trema (1948), adattamento de I Malavoglia di Giovanni Verga, fu girato ad Acitrezza con veri pescatori locali ed è esempio di quel realismo che lo contraddistinse anche nel successivo Bellissima (1951), con Anna Magnani e frutto della collaborazione con Suso Cecchi d’Amico.
Negli anni Cinquanta Visconti si confrontò anche con la regia d’opera, stringendo una collaborazione artistica di rilievo con Maria Callas. Senso (1954), su soggetto di Camillo Boito, segna l’approdo a una narrazione storica, e rappresenta uno dei primi esempi di dialogo tra narrativa, pittura, musica e cinema, ambientato ai tempi della terza guerra d’indipendenza. Gli anni Sessanta videro il prosieguo della sua ricerca sulle famiglie in crisi (Rocco e i suoi fratelli, 1960) e il raggiungimento di un capolavoro unanimemente riconosciuto come Il Gattopardo (1963), Palma d’oro al Festival di Cannes, con un cast internazionale che include Burt Lancaster, Claudia Cardinale e Alain Delon.
Ultimi anni, eredità e opere immortali nel racconto dei vinti
Nel 1965 Visconti ricevette il Leone d’oro per Vaghe stelle dell’orsa…, a cui seguirono l’impegnativo Lo straniero (1967), il disturbante La caduta degli dei (1969), e il celebrato Morte a Venezia (1971), ispirato a Thomas Mann. Chiuse la cosiddetta "trilogia tedesca" Ludwig, girato con Helmut Berger: proprio durante le riprese, nel 1972, Visconti fu colpito da una trombosi che lo rese semiparalizzato ma, nonostante tutto, continuò il suo lavoro portando a termine Gruppo di famiglia in un interno (1974) e L’innocente (1976), tratto da D’Annunzio.
Le sue opere sono state segnate sia da una profonda indagine sui mutamenti sociali e politici che da una rigorosa attenzione formale.
In una delle sue ultime interviste, Visconti spiegava: “Quasi tutti i miei personaggi sono degli sconfitti, perché sono quelli che mi commuovono di più. Personalmente preferisco vincere, ma sento una grande solidarietà per i vinti.” Il suo approccio, che ha ridefinito le estetiche e i contenuti del cinema italiano e internazionale, trova spazio anche nei lasciti familiari: la sua infanzia e giovinezza influenzano costantemente le scelte stilistiche e tematiche, dalla rappresentazione delle élite al rinnovamento radicale delle forme espressive.
Visconti tra storia, muse e memoria collettiva
Luchino Visconti ha attraversato la storia del Novecento riflettendo sulle tensioni tra aristocrazia e rivoluzione, tra classi agiate e disagio sociale.
La sua famiglia, i Visconti di Modrone, giocò un ruolo rilevante nella cultura lombarda tra Ottocento e Novecento, coinvolta in imprese industriali, filantropiche e artistiche. La frequentazione di intellettuali antifascisti, la passione per l’opera e il teatro musicale e la presenza ricorrente delle tematiche della decadenza e della crisi della famiglia fanno di Visconti una figura capace di segnare intere generazioni di spettatori.
Il cinquantennale della sua scomparsa, celebrato con eventi sia in Italia che all’estero, conferma la perdurante attualità delle sue analisi del potere, della crisi dei valori e dei rapporti umani. Restano memorabili le sue messinscene per La Scala e il San Carlo e i capolavori che ancora oggi catalizzano attenzione tra studiosi e pubblico, come Il Gattopardo e Rocco e i suoi fratelli. Luchino Visconti continua a essere un punto di riferimento essenziale nell’immaginario del cinema e della cultura europei.