In un contesto globale sempre più instabile, segnato da trentadue guerre e ventidue aree di crisi, la possibilità di una tregua pasquale appare ridotta. Tuttavia, la Pasqua può influenzare positivamente il nostro linguaggio, che, come osservato da Marco Brando, sta diventando sempre più bellicoso.
Termini come trincea, prima linea, raid chirurgico, operazione militare speciale, deterrenza, danno collaterale e drone sono ormai di uso comune. A questi si aggiungono neologismi quali pro‑Pal (sostenitore palestinese) e sumud (resilienza e solidarietà palestinese).
Il lessico si adatta alle tensioni attuali, riattivando espressioni come minaccia esistenziale, un tempo confinate alla letteratura o alla storiografia del Novecento.
Il ruolo dei media e dei social network è determinante. Essi selezionano temi, immagini e parole, orientando la percezione collettiva e diffondendo un lessico guerresco che alimenta ansia, allarme e polarizzazione. La scelta di un termine può così implicare una precisa posizione culturale o politica. Un esempio emblematico è genocidio, passato da tecnico-giuridico a grido di battaglia politico, generando polemiche sul suo uso. Simmetricamente, il concetto di autodifesa è criticamente analizzato: per alcuni cardine della legittimità israeliana, per altri eufemismo per rappresaglie sproporzionate.
Anche il termine arma, già figurativo durante la pandemia, torna a indicare strumenti concreti di offesa. Titoli giornalistici evidenziano: "Le sanzioni da sole non bastano, l'arma contro Putin èanche l'informazione".
Il lessico bellico e l'influenza dei media digitali
Marco Brando ha precedentemente descritto come le crisi globali e le guerre abbiano modificato il lessico, riattivando locuzioni come operazione militare speciale, raid chirurgico, genocidio, gazawi, pro‑Pal, sumud, flottilla, pogrom, apartheid, deterrenza, minaccia esistenziale e drone. Al marzo 2026, erano in corso almeno sessantadue conflitti armati, il numero più alto dalla fine della Seconda guerra mondiale.
La costante presenza di narrazioni belliche sui media e sui social media distorce la realtà.
Il lessico si adegua automaticamente all’emergenza permanente, diventando un "laboratorio permanente di pratiche culturali" che veicola ansia, polarizzazione e assuefazione linguistica. Questa dinamica richiama la teoria dell'agenda setting di Bernard Cohen: i media non dettano *cosa* pensare, ma suggeriscono *su cosa* pensare.
Linguaggio come arma: prospettive storiche e attuali
L'analisi di Brando inserisce la situazione in un quadro storico-culturale più ampio. Il linguista Joel Brown (Università di Boston) conferma la "weaponization of language", la trasformazione del linguaggio in arma che influenza la percezione dei conflitti. Brando cita esempi storici di propaganda (regimi nazisti e fascisti), ma sottolinea la novità dell'efficacia dei media digitali nel veicolare immagini, parole ed emozioni rapidamente e in modo pervasivo.
La linguista Carmen Russo rileva che il termine arma, pur tornando a indicare strumenti concreti di offesa, mantiene una "dimensione ibrida" nella guerra dell'informazione, dove l'informazione stessa diventa un'arma. Brando conclude che il lessico bellico, amplificato da social media e intelligenza artificiale, alimenta l'assuefazione alla narrazione conflittuale, minando il giudizio critico.
In questo scenario, il richiamo alla Pasqua – tradizionalmente legata a pace, riconciliazione e liberazione – emerge come una possibilità, seppur fragile. Può promuovere un uso più consapevole delle parole, contrapponendo al vocabolario della guerra un lessico di speranza per la condizione umana.