Le docenti Anna Antoniazzi, dell’Università di Genova (letteratura per l’infanzia e storia dell’educazione), e Irene Biemmi, dell’Università di Firenze (Pedagogia di genere), hanno pubblicato il volume “Infanzia e stereotipi di genere in tv”, edito da Carocci e disponibile dal 15 maggio. Il libro presenta i risultati di un’approfondita indagine condotta su 50 ore di programmi televisivi per ragazzi e 250 spot pubblicitari, trasmessi nel biennio 2024-2025 sui principali canali dedicati ai più giovani, tra cui Boing, Cartoonito, Frisbee, K2, Rai Gulp e Super!.
L’analisi ha esaminato linguaggi, narrazioni e ruoli proposti, confrontando i dati con quelli degli anni precedenti per valutare la persistenza o l’evoluzione dei modelli di genere veicolati dalla televisione.
L’indagine mette in luce come, nonostante si osservino alcuni cambiamenti nelle rappresentazioni della maschilità e della femminilità, permanga un generale mantenimento di stereotipi consolidati. Le autrici sottolineano il ruolo cruciale della televisione: “La televisione per l’infanzia non intrattiene soltanto, ma educa, plasma, contribuisce a costruire giorno dopo giorno lo sguardo di bambini e bambine sul mondo. E in quello sguardo prendono forma anche precisi modelli di genere: cosa può fare un maschio e cosa è più adatto a una femmina”.
Viene evidenziato che, sebbene ci siano segnali di evoluzione, “resta ancora molta strada da percorrere affinché i nuovi modelli di riferimento si affermino in modo stabile nell’immaginario collettivo e vengano ampiamente riconosciuti e condivisi”.
L'assenza di inclusività nelle rappresentazioni mediatiche
Un aspetto particolarmente critico emerso dall’analisi è la marcata scarsità di inclusività nelle proposte mediatiche rivolte all’infanzia. L’esame di serie animate e pubblicità ha rivelato la quasi totale assenza di temi legati a disabilità, diversità culturale e religiosa, e differente colore della pelle. Le autrici affermano: “Quello che ancora manca davvero, però, trasversalmente a tutte le proposte immaginative analizzate, è il riferimento a un’inclusività volta a normalizzare situazioni e temi presenti nell’esperienza quotidiana dei bambini e delle bambine: disabilità, diversità culturale e religiosa, differente colore della pelle, restano argomenti tabù per la maggior parte delle produzioni televisive prese in considerazione.
Sono davvero troppo poche, per non dire inesistenti, le proposte mediatiche che vedono come protagoniste, o anche solo come comparse, persone che non appartengano a quella categoria definita negli Stati Uniti con il termine WASP (White Anglo-Saxon Protestant)”.
Questa situazione, secondo le ricercatrici, rischia di perpetuare vecchie gerarchie e di marginalizzare identità più complesse e contemporanee. Il volume si propone come uno strumento di riflessione per genitori, educatori e professionisti del settore, contribuendo al dibattito su razzismo e discriminazione. Un significativo contributo alla prefazione è offerto da Gino Cecchettin, presidente della Fondazione dedicata alla figlia Giulia, che ha dichiarato: “Non possiamo lasciare che siano solo le serie tv o la pubblicità a raccontare ai nostri figli chi devono essere.
Abbiamo il dovere, ma dovremmo sentirlo come un privilegio, di accompagnarli, di ascoltarli, di offrire loro orizzonti più ampi”.
La ricerca accademica e l'importanza della diversità
Le ricerche di Anna Antoniazzi e Irene Biemmi si inseriscono nel contesto degli studi accademici sugli stereotipi nei media destinati ai minori, un campo di indagine con numerosi approfondimenti a livello internazionale. La letteratura scientifica concorda sull’impatto degli stereotipi veicolati da fiction e pubblicità, evidenziando la necessità di promuovere una maggiore pluralità di modelli e soggetti rappresentati. Studi analoghi si concentrano sugli effetti benefici di una narrazione inclusiva e articolata, capace di riflettere le molteplici forme di identità presenti nella società contemporanea e di valorizzare la funzione educativa dei media nella formazione della percezione sociale dei più giovani.
In questo quadro, la pubblicazione di Carocci si allinea a un filone di ricerca che mira a sensibilizzare operatori e istituzioni sul potere formativo delle immagini e dei linguaggi mediatici. Il coinvolgimento delle Università di Genova e di Firenze, attraverso le figure delle due autrici, conferma la crescente attenzione delle accademie italiane al monitoraggio dei contenuti per l’infanzia. La mancanza di una rappresentazione diversificata, come evidenziato dall’indagine, sottolinea l’urgenza di un’azione sistemica che coinvolga sia i produttori di contenuti sia coloro che si occupano di formazione e politiche educative.