Il film 'Sheep in the Box' di Hirokazu Kore’eda, presentato in concorso al Festival di Cannes il 16 maggio 2026, riflette sul futuro prossimo, dove la tecnologia ricrea i defunti tramite l’intelligenza artificiale. Al centro, una coppia giapponese benestante, Otone e Kensuke Komoto (interpretati da Ayase Haruka e Daigo), perde il figlio di sette anni. Accolgono in casa un androide identico al figlio, "rigenerato con tutti i dati disponibili: voce, ricordi, carattere e abitudini" grazie alla tecnologia Rebirth.
L'opera di Kore’eda, con il figlio androide, solleva interrogativi sull'amare un'entità che, pur macchina, è identica.
Il regista si chiede: "Cosa succederebbe se la tecnologia permettesse davvero una forma di ‘ritorno dei morti’?". I genitori reagiscono diversamente: il padre, dirigente edilizio, rifiuta l'androide ("non chiamarmi papà"), mentre la madre, architetta, trova gioia nel vederlo. Lo sfondo futuristico include droni di servizio, taxi volanti e architetture abitative modulari.
Coscienza artificiale ed elaborazione del lutto
Il dilemma centrale è se Kakeru, il bambino androide, possieda una vera coscienza autonoma o simuli il comportamento del figlio. Questa ambiguità, con un'autonomia emotiva che lo rende "troppo umano e dunque inquietante", è al centro della narrazione. L'ispirazione viene dai "resurrection business" asiatici, che usano AI, avatar e voci sintetiche per i defunti.
Iniziative simili in Giappone hanno generato in Kore’eda un "grande senso di inquietudine".
Il film esplora il confine tra simulazione e autenticità dei sentimenti, chiedendosi se le macchine possano avere empatia digitale. Invita a riflettere su come la tecnologia influenzi l'elaborazione del lutto e i legami affettivi, confrontando lo spettatore con le implicazioni etiche e psicologiche.
Omaggio a 'Il piccolo principe' e la visione di Kore’eda
Il titolo 'Sheep in the Box' richiama l'episodio della pecora nella scatola ne 'Il piccolo principe' di Antoine de Saint‑Exupéry. Sottolinea proiezione affettiva e immaginazione nel rapporto genitori-robot: ciò che i genitori vedono conta più della sua natura.
Si allinea al percorso autoriale di Hirokazu Kore’eda, che ha esplorato famiglia e legami non convenzionali in opere come 'Shoplifters' e 'Distance'.
La critica internazionale vede in 'Sheep in the Box' l'indagine di Kore’eda su surrogazioni familiari e malleabilità della verità. Il film, nello stile del regista, affronta esplicitamente il dibattito tra l'elaborazione del lutto, dubbi sull'intelligenza artificiale e legami di sangue. Ambientazione futuristica e generi misti creano un film che, pur complesso, offre una rappresentazione inquietante della famiglia di domani.