“Clara” di Marta Bergman arriva nelle sale dal 7 maggio con Cineclub Internazionale Distribuzione e si fonda su un caso reale, intrecciando la forza della cronaca con il tema dell’emigrazione.
La storia è ambientata nel maggio 2018, quando la polizia belga è impegnata nell’inseguimento su un’autostrada in Vallonia di un furgone sospettato di trasportare migranti irregolari.
La trama
All’interno del mezzo si trovano però più di venti persone, tra cui la piccola Mawda insieme ai genitori siriano-tunisini, Adam e Sara. Durante l’inseguimento, un agente spara nel tentativo di colpire uno pneumatico, ma il proiettile entra per errore nell’abitacolo, causando la tragedia.
Da quel momento si apre una lunga notte per entrambe le parti: la polizia finisce sotto indagine per aver aperto il fuoco contro un veicolo con una bambina a bordo, mentre la famiglia della piccola si ritrova a fare i conti con una perdita incomprensibile, in cerca di giustizia.
Girato con uno stile essenziale, quasi documentaristico, con pochi dialoghi e molte immagini, il film alterna momenti nei campi profughi in Belgio al viaggio verso l’Inghilterra, scegliendo però di concentrarsi soprattutto sulle persone. “Non volevo raccontare i migranti o la polizia come categorie astratte - ha dichiarato la regista al suo secondo film dopo 'Sola al mio matrimonio' -. Volevo entrare nei personaggi, nei loro desideri, nelle loro contraddizioni”.
Le parole di Ken Loach
Anche il regista Ken Loach, intervenendo sul caso che ispira il film, ha sottolineato la condizione dei protagonisti: “Sono persone che fuggono dal terrore, spaventate per la propria vita… le più sfruttate, le più esposte al pericolo… le più povere e vulnerabili che possiamo immaginare”.
Sul piano della realtà giudiziaria, l’agente Victor-Manuel Jacinto Goncalves, che ha esploso il colpo, è stato processato e condannato per omicidio colposo. La pena stabilita è stata di un anno di reclusione con sospensione della detenzione.
Il tribunale ha comunque evidenziato che lo sparo per forare lo pneumatico rappresentava una scelta “sproporzionata”, tale da mettere seriamente in pericolo la vita degli occupanti del furgone.
La regista ha ribadito il suo approccio: “Non volevo realizzare un film che dipingesse un quadro generico dei 'migranti' e 'polizia'- ha detto ancora la Bergman -. Ho preferito raccontare i protagonisti dall'interno attraverso i loro desideri e le loro lotte: Sara e Adam fuggono da un paese dove non possono amarsi liberamente. Non li ho considerati 'rifugiati', ma solo una coppia innamorata. Rispetto alla polizia, volevo andare oltre gli stereotipi senza minimizzare la gravità dell'atto e senza giustificarlo. Abbiamo incontrato agenti, partecipato ai loro pattugliamenti notturni, osservato la loro quotidianità e molte volte la b loro umanità ci ha colpiti”. Il film ha infine ricevuto il patrocinio di Amnesty International Italia.