C'è chi arriva alla musica seguendo un percorso lineare e chi, invece, sceglie di farlo quando sente di avere davvero qualcosa da raccontare. Dopo un percorso di vita e professionale lontano dai riflettori, Gio DeCaprio pubblica Udinì, il singolo che inaugura il suo cammino discografico e anticipa l'album Controtempo.

Tra richiami alla canzone d'autore, jazz, funk, musica brasiliana e un immaginario teatrale che guarda al cinema, il brano trasforma la figura di Harry Houdini in una riflessione sull'identità, sulla libertà e sul coraggio di liberarsi dalle proprie catene, visibili e invisibili.

Un debutto che è molto più di un semplice biglietto da visita: è una dichiarazione di poetica, in cui ogni dettaglio contribuisce a definire un universo artistico personale e riconoscibile.

'Con Udinì volevo presentarmi senza costruire un biglietto da visita troppo levigato': Gio DeCaprio racconta la sua anima musicale

A qualche giorno dall'uscita, lo scorso 17 luglio, del nuovo brano, BlastingNews ha ripercorso insieme a Gio DeCaprio il suo percorso, raccontando la nascita del nuovo singolo e svelando la visione che accompagnerà il suo primo progetto discografico, rivolgendo uno sguardo anche a ciò che riserverà il futuro.

Il tuo percorso artistico è tutt'altro che convenzionale: dopo esperienze lontane dal mondo della musica, hai scelto di tornare a dare spazio a quella che definisci una necessità espressiva.

C'è stato un momento preciso in cui hai capito che era arrivato il tempo di trasformare questo percorso in un progetto discografico?

Non c’è stato un episodio improvviso, di quelli che dividono la vita in un prima e in un dopo. È stata piuttosto una consapevolezza maturata lentamente. Per anni ho continuato a suonare e a scrivere senza pensare necessariamente a una pubblicazione. La musica era una parte molto intima della mia quotidianità, quasi un luogo privato nel quale mettere ordine tra emozioni, ricordi e osservazioni. A un certo punto, però, mi sono accorto che i brani non erano più soltanto appunti personali. Avevano iniziato ad avere una loro forma, una coerenza e soprattutto una voce riconoscibile.

Continuare a tenerli nel cassetto avrebbe significato non completare il lavoro. Una canzone, quando è pronta, chiede di essere ascoltata da qualcuno che non sia il suo autore.

Credo anche la maturità abbia giocato un ruolo cruciale. Ho vissuto esperienze professionali molto diverse, ho incontrato persone, attraversato cambiamenti e accumulato materiale umano: tutto questo è "entrato" nella scrittura. Il progetto discografico è nato quando ho capito che quelle canzoni non raccontavano soltanto ciò che mi piaceva musicalmente, ma raccontavano davvero chi ero diventato.

Nelle tue composizioni convivono influenze differenti, dalla canzone d’autore alla musica brasiliana. Come si sono intrecciate nel tempo e quanto hanno contribuito a definire l’identità musicale di Gio DeCaprio?

Ognuna delle mie influenze appartiene a una fase diversa della mia vita e ha lasciato un segno specifico. La canzone d’autore italiana mi ha insegnato il valore delle parole e la capacità di racchiudere una storia in pochi minuti. Il jazz mi ha avvicinato all’armonia, all’improvvisazione e soprattutto all’ascolto tra musicisti. Il funk mi ha trasmesso il senso del movimento e l’importanza dei riff. Mentre, la musica brasiliana mi ha sempre affascinato per quella particolare convivenza tra leggerezza ritmica e profondità emotiva. Con il tempo ho smesso di considerare questi linguaggi come riferimenti separati. Cerco di seguire ciò che il brano richiede. Le influenze emergono in maniera spontanea, come accade nel modo di parlare: utilizzi parole che hai assimilato negli anni senza domandarti ogni volta da dove provengano.

Udinì è il tuo singolo d’esordio, ma lo hai definito anche una “dichiarazione d’intenti”. Quali aspetti del tuo modo di scrivere e di raccontare volevi far emergere fin da questo primo brano?

Con Udinì volevo presentarmi senza costruire un biglietto da visita troppo levigato. Mi interessava far emergere subito il mio gusto per le storie, per le figure eccentriche e per le situazioni nelle quali ciò che appare non coincide completamente con ciò che è. Il protagonista ha una sua teatralità, ma non è un eroe. Possiede fascino, abilità e una certa sfacciataggine, però porta con sé anche fragilità e ambiguità. Sono attratto dai personaggi che non possono essere definiti con una sola parola, perché assomigliano di più alle persone reali.

Nel brano c’è anche un elemento per me fondamentale: l’ironia. Non è una battuta aggiunta per alleggerire il testo, ma un modo di osservare la realtà. Spesso le nostre contraddizioni diventano più evidenti quando le guardiamo da un’angolazione leggermente obliqua. Si può sorridere e, nello stesso momento, avvertire qualcosa di più inquieto. Dal punto di vista musicale desideravo un pezzo vivo, ritmico e suonato, nel quale l’arrangiamento accompagnasse la narrazione senza sovrastarla. Udinì contiene quindi molti elementi che torneranno nel disco: la centralità della parola, il gusto cinematografico, la contaminazione musicale e una certa attenzione per il lato imprevedibile dell’essere umano.

La figura di Harry Houdini è il punto di partenza per una riflessione sulla libertà, sull’identità e sul desiderio di liberarsi da ciò che ci imprigiona.

Perché hai scelto proprio questo immaginario per raccontare un tema così universale?

Houdini mi interessava non soltanto come illusionista, ma come uomo che aveva trasformato la propria identità in una creazione artistica. Non si limitava a eseguire delle spettacolari fughe, ma aveva costruito intorno a sé un’immagine potentissima, riconoscibile e quasi leggendaria. Questo aspetto mi ha fatto riflettere. Tutti, in misura diversa, costruiamo una versione di noi stessi da mostrare agli altri. A volte ci protegge, altre volte finisce per condizionarci.

Il paradosso di Houdini è affascinante: un uomo celebre per la capacità di liberarsi, ma al tempo stesso legato indissolubilmente al personaggio che aveva creato.

Da qui nasce il "mio" Udinì. Non è una ricostruzione storica, ma una figura immaginaria che utilizza lo spettacolo per nascondersi e rivelarsi contemporaneamente. La domanda che attraversa il brano è semplice: quando ci liberiamo da qualcosa, stiamo diventando finalmente noi stessi oppure stiamo soltanto assumendo un’altra identità? L’illusionismo mi sembrava adatto a raccontare questo tema perché mette continuamente in discussione il nostro sguardo. Sappiamo che esiste un trucco, eppure scegliamo di lasciarci sorprendere. È un meccanismo molto simile a quello con cui affrontiamo tante situazioni della vita: conosciamo una parte della verità, ma abbiamo comunque bisogno di una rappresentazione che la renda sopportabile o desiderabile.

Nel brano e nel videoclip emerge una forte componente teatrale, dove musica, immagini e personaggi sembrano fondersi in un’unica narrazione. Quanto è importante secondo te costruire un universo visivo oltre che sonoro quando si scrive una canzone?

Per me è molto importante, anche se la canzone deve funzionare innanzitutto attraverso l’ascolto. Il video non dovrebbe colmare una mancanza della musica, ma aprire un’altra prospettiva. Quando scrivo, ragiono spesso per immagini. Vedo ambienti, movimenti, espressioni e dettagli. Nel caso di Udinì, la componente visiva era quasi inevitabile. Il brano contiene già un palcoscenico ideale: c’è qualcuno che si esibisce, qualcuno che osserva e un meccanismo che deve restare in parte segreto.

Il videoclip ha permesso di ampliare questo rapporto tra spettacolo e identità, dando consistenza all’atmosfera della canzone. Viviamo inoltre in un’epoca nella quale la musica viene spesso incontrata per la prima volta attraverso un contenuto visivo. È una responsabilità, perché un’immagine molto forte può anche limitare l’immaginazione di chi ascolta. Per questo preferisco suggerire anziché spiegare. Mi piace che il video accompagni il pubblico fino a una certa soglia e poi gli lasci il compito di interpretare ciò che vede.

L'artista è pronto a nuovi progetti con un solo obiettivo: 'Conservare una riconoscibilità senza rinunciare alla curiosità'

Udinì anticipa l’album Controtempo, un titolo che sembra raccontare anche la tua storia personale e artistica. Cosa rappresenta questo progetto e quale sarà il filo conduttore del disco?

Questo album rappresenta il momento in cui molte esperienze, musicali e non, hanno trovato una forma comune.

Non nasce dalla volontà di recuperare qualcosa che non ho fatto in passato. Non è un risarcimento e non è un’operazione nostalgica. È il risultato di ciò che posso esprimere oggi, con la consapevolezza e anche con le imperfezioni di oggi. Il titolo ha naturalmente un significato musicale, ma rimanda anche al rapporto che ciascuno di noi ha con le scadenze stabilite dalla società.

Esistono età nelle quali ci si aspetta che una persona inizi, concluda, scelga o rinunci. Io ho imparato che la biografia non rispetta sempre questa sequenza. Alcune decisioni diventano possibili soltanto dopo aver vissuto abbastanza da comprenderne il valore. Il vero filo conduttore è forse la possibilità di modificare il rapporto con la propria storia.

Il passato non può essere riscritto, ma può essere osservato in modo diverso. E a volte basta cambiare la posizione dell’accento per accorgersi che una vicenda possiede ancora possibilità inattese.

Dopo questo debutto musicale, quali sono i prossimi obiettivi di Gio DeCaprio?

Il primo obiettivo è accompagnare l’uscita di Controtempo con attenzione, permettendo a ogni brano di mostrare una parte diversa del progetto. Non vorrei che l’album fosse percepito come un episodio isolato, ma come l’inizio di una relazione con chi avrà voglia di ascoltarlo. La dimensione dal vivo sarà centrale. Le canzoni sono state pensate e registrate con musicisti veri, attraverso un confronto continuo, e sul palco possono acquistare un’energia ulteriore.

Mi piacerebbe costruire uno spettacolo nel quale l’esecuzione musicale dialoghi con il racconto, senza trasformare il concerto in una spiegazione didascalica dei brani. Vorrei che il pubblico avesse la sensazione di seguire un’unica esperienza, pur attraversando atmosfere differenti. Sto inoltre continuando a scrivere. La pubblicazione del primo disco non ha chiuso un processo, lo ha reso più concreto. Ora conosco meglio la mia voce, ma non voglio "ripeterla". Il prossimo obiettivo sarà quindi conservare una riconoscibilità senza rinunciare alla curiosità.