Contrabbassista, bassista, compositore e arrangiatore barese la cui identità artistica si muove tra sperimentazione e innovazione. Due caratteristiche constanti nel percorso professionale di Mario Iannuzziello che emergono anche in The Dobler-Dahmer Theory. Un brano che racchiude la sua visione del jazz: una musica capace di dialogare con il presente senza rinunciare alla propria identità.

Il singolo si ispira a un celebre episodio della serie How I Met Your Mother, trasformando una riflessione sui pregiudizi in un racconto musicale dove improvvisazione, scrittura e canto convivono in equilibrio.

Mario Iannuzziello, l'amore per il jazz e il nuovo progetto: 'Un modo per tenere il jazz vivo nella contemporaneità'

A qualche giorno dall'uscita del nuovo brano, Mario Iannuzziello ha ripercorso in quest'intervista il proprio percorso artistico. Dall'incontro con il jazz, al valore della contaminazione tra linguaggi e il lavoro condiviso con Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez, delineando una poetica fondata su apertura, coerenza e continua ricerca espressiva.

Il tuo percorso unisce una formazione accademica molto solida alla voglia di sperimentare linguaggi contemporanei. Quando hai capito che il jazz sarebbe stato il mezzo attraverso cui raccontare le tue storie?

Il jazz per me è arrivato come linguaggio naturale, grazie ai dischi e alle esperienze di ascolto, non come scelta dettata da necessità.

La formazione accademica mi ha dato gli strumenti tecnici per poter interiorizzare quel linguaggio, ed essere, di conseguenza, capace di dialogare in modo aperto e spontaneo con musicisti da tutto il mondo. Il bisogno di dire qualcosa di personale mi ha poi spinto verso l'improvvisazione e la sperimentazione di molteplici aspetti espressivi, specialmente dopo l'incontro con Stefano Battaglia.

Il jazz mi ha permesso di tenere assieme rigore e libertà, creatività e forma, idee e conseguente sviluppo, ed è in questo che ho capito quanto potesse essere funzionale, ben più di altri linguaggi, a esprimere me stesso come musicista e compositore.

Nelle tue composizioni convivono tradizione jazzistica, riferimenti cinematografici e cultura pop.

Secondo te quanto è importante dimostrare la capacità di dialogo tra queste contaminazioni tra loro differenti, soprattutto nel panorama musicale di oggi?

Credo sia essenziale, oggi più che mai. Il jazz è sempre stato un linguaggio capace di assorbire, elaborare, ridefinire, e far propri elementi provenienti da mondi apparentemente distanti quali il cinema, la letteratura, la pop culture. La nostra musica ha la peculiarità di conservare un elemento identitario molto forte pur lasciandosi permeare da altre esperienze senza alcuna preclusione, e storicamente ha saputo predisporsi e adattarsi ai cambiamenti che la scena musicale ha imposto. Dimostrare che questi mondi possono dialogare senza perdere un'identità di fondo è anche un modo per tenere il jazz vivo nella contemporaneità e non relegarlo a genere per soli addetti ai lavori: cosa che non è!

The Dobler-Dahmer Theory prende ispirazione da un episodio di How I Met Your Mother, una scelta decisamente insolita per un brano jazz. Cosa ti ha colpito di quella teoria e perché hai sentito che poteva trasformarsi in musica?

In realtà, molte composizioni firmate dai grandi jazzisti della storia hanno titoli curiosi e bizzarri presi a prestito dalla TV e non solo. Quello che mi ha divertito della teoria di Dobler/Dahmer (tratta da How I Met Your Mother: lo stesso gesto può essere inteso come romantico o molesto a seconda della predisposizione di chi lo riceve) è quanto, ben oltre ciò che siamo disposti ad ammettere, siamo vittime dei pregiudizi. Ho percepito che questa dualità potesse diventare lo spunto per un brano moderno, fresco e ironico.

Nel descrivere il brano parli di un equilibrio tra improvvisazione, scrittura e accessibilità melodica. Quanto è stato complesso trovare il punto d'incontro tra ricerca musicale e capacità di coinvolgere anche un pubblico non strettamente jazzistico?

È la sfida più complessa e più interessante. Ho lavorato per costruire una melodia che avesse uno sviluppo proprio, lasciando però spazio reale all'improvvisazione nel corpo del brano. Il punto di equilibrio viene da un elemento di cantabilità, cosa che il jazz contemporaneo ha saldamente riscoperto nell'ultimo decennio, e da un'armonia non del tutto funzionale che creasse ugualmente contrasto, tensione e risoluzione. Questi elementi credo siano in grado di entrare in contatto con ogni tipo di ascoltatore, dal curioso all'esperto, senza che la chiave di lettura di uno prevalga necessariamente su quella dell'altro.

L'artista guarda al futuro: 'Nuova musica originale che continui ad esplorare il dialogo tra jazz e altri linguaggi'

Per questo progetto hai coinvolto Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez, due musicisti di grande livello internazionale. Cosa hanno portato al brano dal punto di vista umano e musicale e come si è sviluppato il dialogo artistico tra voi?

Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez hanno portato una libertà interpretativa che ha arricchito e potenziato tutta la mia musica, sia dal vivo che in fase di registrazione. Il dialogo artistico è nato in una piccola sala prove a Brooklyn, dove abbiamo provato insieme prima del concerto, lasciando che le mie idee scritte si aprissero alle suggestioni individuali degli altri due componenti del trio, in uno scambio del tutto paritario, dettato dall'ascolto reciproco più che da una mia visione d'insieme.

Hai definito questo singolo una sorta di manifesto del tuo percorso artistico. C'è un messaggio o una direzione che vorresti fosse colta da chi ascolterà The Dobler-Dahmer Theory per la prima volta?

Vorrei che gli ascoltatori di The Dobler/Dahmer Theory cogliessero che si può essere tante cose allo stesso tempo, senza necessariamente aprire un conflitto o tradire sé stessi. È certamente un brano che ha a che vedere con un elemento di variazione, ma non esiste nel modo più assoluto una via univoca secondo cui vorrei che la mia musica fosse letta o percepita. Non c'è giusto o sbagliato, né tantomeno un percorso di catechesi dell'ascoltatore verso un principio o una verità che mi sento in diritto di rivelargli.

Mi piacerebbe - questo sì - che fosse riconosciuta la mia coerenza nel rapporto con la tradizione del jazz e del suo linguaggio, una cosa a cui tengo molto e che con questo progetto ho voluto riaffermare.

Guardando ai prossimi anni, quali sono gli obiettivi che ti sei posto come compositore e band leader? Cosa deve aspettarsi il pubblico da Mario Iannuzziello?

Nei prossimi anni il pubblico può aspettarsi un lavoro sempre più ampio con il piano trio e altre piccole e medie formazioni, nonché nuova musica originale che continui a esplorare il dialogo tra jazz e altri linguaggi.

C'è poi anche un percorso più personale, di ricerca compositiva, che sto portando avanti parallelamente, e che spero possa prendere corpo nei miei lavori futuri.

Riguardo le collaborazioni, invece, il mio scopo è quello di vedere la mia musica declinata in quanti più modi possibile, anche attraverso interpreti o linguaggi distanti che ne ridefiniscano talvolta la forma. Mi piacerebbe anche muovere i primi passi nel campo della saggistica, cercando di dare una struttura organica ad alcuni miei manoscritti.