L'attore Fabrizio Gifuni ha acceso il dibattito sulla sottorappresentazione femminile alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia, in un post pubblicato il 17 agosto 2026. Gifuni ha riflettuto sulla scarsa presenza di autrici alla kermesse e sulla tendenza a giustificare tale squilibrio come un dato ineluttabile, collegando la questione a una problematica più ampia che storicamente riguarda il rapporto tra donne e lavoro. L'attore ha evocato la figura della "ipotetica sorella di Shakespeare", interrogandosi sul destino di un talento femminile in epoche passate.

Questa riflessione è scaturita dalla lettura del saggio di Virginia Woolf, "Una stanza tutta per sé", un testo che Gifuni ha definito "potente, ironico, illuminante e inesorabile". La scoperta del libro, avvenuta grazie al suggerimento di una delle sue figlie, lo ha portato a metter da parte altre letture per immergersi in quella che considera una pietra angolare della letteratura femminista e del Novecento. "Consiglio vivamente la lettura a chi, come me fino a ieri, non lo avesse ancora fatto", ha affermato Gifuni, sottolineando l'importanza di un'opera scritta nel 1929 e ancora di straordinaria attualità.

Il dibattito sulla parità di genere al Lido

La questione sollevata da Gifuni si inserisce nel contesto della prossima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in programma dal 2 al 12 settembre 2026.

L'edizione vede la presenza di una sola regista in concorso tra venti titoli: May el-Toukhy, cineasta danese di origini egiziane, con la sua opera "Woman Unknown". Questo dato contrasta con le sei registe presenti nella passata edizione.

Sei associazioni professionali del settore – 100autori, Anac, Air3, Doc/it, Ewa, Women in Film Television & Media Italia – hanno espresso la loro preoccupazione. In una lettera aperta indirizzata al direttore artistico Alberto Barbera, le associazioni hanno contestato il concetto di qualità come categoria assoluta, affermando che "la qualità non è una categoria divina, neutrale, oggettiva, sospesa sopra la storia". Hanno evidenziato come ogni selezione sia frutto di uno sguardo, di una cultura e di precisi criteri editoriali, invitando a interrogarsi sugli strumenti di valutazione del cinema quando il risultato è una rappresentazione così sbilanciata.

Impegni disattesi e prospettive future

La Mostra di Venezia, fondata nel 1932 e tra i festival più antichi e prestigiosi al mondo, ha sottoscritto nel 2018 il protocollo "50/50 by 2020". Tale impegno mirava a promuovere maggiore trasparenza nelle selezioni e una più equa rappresentanza delle donne e delle diversità nei processi decisionali. A otto anni dalla firma e sei dall'obiettivo prefissato, i risultati della presente edizione mostrano una persistente difficoltà nel raggiungere tale parità.

La selezione include sette registi italiani, tutti uomini, distribuiti tra concorso, fuori concorso e sezione Orizzonti. Questa "selezione a una sola dimensione, maschile" – come definita dalle associazioni – evidenzia la necessità di un cambiamento concreto.

Il dibattito, alimentato da voci come quella di Gifuni e dalle richieste delle associazioni, sollecita la Mostra a dare seguito agli impegni presi sulla parità di genere, valorizzando appieno le voci femminili nel cinema internazionale e rispondendo alle trasformazioni sociali e culturali contemporanee.