La terza giornata della Mostra internazionale del cinema di Venezia, svoltasi il 4 settembre 2026, ha posto al centro opere cinematografiche profondamente segnate da temi complessi e dolorosi. Il festival ha esplorato demoni privati e collettivi, affrontando argomenti quali traumi, colpe morali, disagio psichico, violenze di guerra, migrazioni e la cruda realtà della cronaca nera.
Tra i titoli più attesi della sezione Orizzonti, ha debuttato «La città dei vivi» di Edoardo Gabbriellini, un film tratto dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia. L'opera si concentra sull’omicidio di Luca Varani, un caso che ha profondamente scosso l'opinione pubblica negli ultimi anni.
Il lungometraggio di Gabbriellini adotta un approccio intimo, focalizzandosi sulla vita quotidiana di Luca Varani, un giovane di 23 anni, prima che il tragico delitto trasformasse la sua esistenza in oggetto di indagine giudiziaria e attenzione mediatica. Il cast include Emanuele Maria Di Stefano, Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua, Roberta Mattei e Valerio Mastandrea. Il regista ha spiegato la sua scelta di un «fuoco stretto, intimo» per affrontare la complessità del romanzo di Lagioia, con l'obiettivo di dare risalto alla storia e alla figura della vittima, concependola come un «racconto di formazione interrotto da un destino tragico».
La presentazione del film al Lido è stata accompagnata da una polemica relativa alla rinuncia dei fratelli D’Innocenzo alla firma della sceneggiatura.
Gabbriellini ha dichiarato che i due autori «non hanno condiviso il mio sguardo sul loro bellissimo copione», mentre i fratelli D’Innocenzo hanno replicato in una nota, affermando che «alla sceneggiatura sono state fatte delle modifiche senza il nostro consenso». Nonostante la controversia, il film mantiene la sua essenza, scegliendo di non trasformare l'orrore in spettacolo e di avvicinare il caso attraverso gli eventi che precedono e seguono la morte di Varani.
La stessa giornata veneziana ha offerto altri percorsi narrativi incentrati su ferite individuali e collettive. In concorso, «A Place To Heal» di Cédric Kahn ha condotto il pubblico all'interno di un reparto di neuropsichiatria per adolescenti.
Il regista ha rivelato di aver inizialmente considerato la psichiatria per adulti, ma di aver trovato quell'ambiente «estremamente duro». La scelta è quindi ricaduta sulla neuropsichiatria adolescenziale, ritenendo che per rappresentare «le pulsioni di morte e le tragedie legate alle patologie psichiatriche» fosse necessaria una forza vitale più intensa a contrappunto.