L'attore George Clooney è stato il protagonista indiscusso della serata di apertura dell'83esima Mostra del Cinema di Venezia, un evento di risonanza internazionale tenutosi il 2 settembre 2026 al Lido. Acclamato da una sentita e prolungata standing ovation, Clooney ha ricevuto il prestigioso Leone d’oro alla carriera, un riconoscimento che ha trasformato in un'opportunità per una profonda e articolata riflessione sul potere intrinseco del cinema, sull'importanza cruciale dell'incontro tra culture e sul ruolo insostituibile dell'arte in un'epoca contemporanea segnata da crescenti tensioni politiche e conflitti globali.
Il premio, il bilancio e la forza della condivisione
Con la sua consueta e apprezzata ironia, Clooney ha aperto il suo discorso raccontando il duplice e talvolta contraddittorio pensiero che accompagna un riconoscimento così significativo come un premio alla carriera: da un lato, l'immensa gratitudine per l'onore conferitogli, dall'altro, il giocoso e scherzoso sospetto che tale premio possa celare una premonizione sul suo futuro. Subito dopo, ha spostato il tono su un bilancio più ampio e introspettivo, ripercorrendo i suoi 45 anni di attività nel mondo del cinema come una sequenza di fortunate occasioni, incontri provvidenziali e collaborazioni decisive. Il fulcro del suo intervento è stato il netto rifiuto dell'idea di una carriera costruita in solitudine, insistendo con forza sul fatto che nessuno può raggiungere traguardi di tale portata senza il contributo fondamentale e il sostegno inestimabile di innumerevoli altre persone.
In questa prospettiva, la città di Venezia e il suo storico festival sono stati elevati a luogo simbolico di straordinaria importanza. L'attore ha richiamato la lunga e gloriosa storia della Mostra, descrivendola come uno spazio unico dove, per decenni, individui provenienti da contesti diversi, spesso divisi da ideologie politiche, credi religiosi e barriere linguistiche, si sono ritrovati uniti nella stessa sala cinematografica, condividendo esperienze e visioni. Da questa osservazione, il discorso è passato all'universalità delle emozioni: il riso liberatorio, il pianto commosso, l'amore profondo, le preoccupazioni sincere dei genitori e i sogni innocenti dei bambini, tutti elementi che, ha sottolineato, trascendono ogni confine geografico e culturale, rendendo meno credibile e sostenibile l'idea di una distanza irriducibile o di una divisione incolmabile tra gli esseri umani.
Il cinema come esercizio di empatia e antidoto alla paura
La sezione più incisiva e politica del suo intervento ha toccato il delicato tema della paura dell’altro. Clooney ha argomentato con convinzione che chi detiene il potere può facilmente alimentarla e strumentalizzarla, mentre figure come giornalisti, artisti, registi, scrittori, attori e musicisti hanno il compito etico e professionale di continuare a proporre punti di vista alternativi, capaci di ampliare la comprensione reciproca e di allargare lo sguardo oltre i pregiudizi. Il suo messaggio, tuttavia, non ha attribuito al cinema un potere risolutivo di fronte alle grandi sfide globali: i film, ha precisato con realismo, non fermano le guerre, non riescono a ridurre l'inflazione e non decidono l'esito delle elezioni.
Possono, tuttavia, svolgere un ruolo fondamentale nel ricordare che uno sconosciuto non è soltanto una figura distante o potenzialmente minacciosa, ma può diventare il centro, l'eroe o il protagonista inatteso della storia di qualcun altro, promuovendo così attivamente l'empatia e la comprensione reciproca.
In sintonia con le tematiche affrontate dal premiato attore, anche il programma di apertura della Mostra ha evidenziato un forte e significativo legame con l'attualità. Il festival ha posto al centro della sua proposta opere cinematografiche e documentari.