"Ti ho chiesto io, creatore, dal fango di farmi uomo? Ti ho chiesto io di trarmi dal buio?" Dal Paradiso Perduto di J.Milton

Mary Wollstonecraft Godwin nasce a Londra nel 1797; orfana di madre, il padre si risposa con una donna che preferirà sempre i suoi figli alle figlie di lui. Mary cresce rapidamente, immersa nella cultura, particolarmente brillante e assetata di sapere. Nella sua strada incontra un uomo Percy Bysshe Shelley, allora sposato, di cui s’innamora e con cui fugge insieme in Francia ed in Svizzera quando lei ha solo quindici anni. Si sposano nel 1816, dopo il suicidio della moglie di lui. Fu in Svizzera che nacque la sua idea di Frenkenstein, la sua opera più celebre, la cui fama non venne mai eguagliata dai suoi numerosi altri scritti.

Il #Romanzo nacque dal gioco di scrivere storie di fantasmi per trascorrere le lunghe giornate in casa assieme al marito, alla sorellastra Claire e al compagno di lei Lord Byron, durante un’estate piovosa.

La figura del mostro e del suo creatore appare nitida e travolgente nella mente dell’allora giovanissima scrittrice. Il romanzo racconta della creazione di un essere vivente assemblato con parti del corpo di più cadaveri e riportato in vita ad opera del dottor Victor #Frankenstein, il quale scappa via appena la sua creatura si sveglia. Il “mostro” sarà poi responsabile della rovina del suo creatore, uccidendo le persone che egli ama, accecato da una profonda rabbia e sofferenza, generata dagli uomini che l’hanno successivamente allontanato per via del suo aspetto terrificante.

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Ed eccolo quindi l’uomo tra i mostri. In realtà si nota nel racconto della Shelley tutta l’umanità della creatura che abbandonata da chi l’ha generata non conosce mai la benevolenza o l’affetto, ma solo il disprezzo e il rifiuto. Risulta quindi quasi inevitabile provare pietà,compassione e anche comprensione per questo essere emarginato, che vuole solo essere amato, vivere insieme agli uomini come uno di loro. Una storia attuale,in cui il diverso, offeso e ferito, si nutre d’astio, ma che nonostante tutto viene descritto dalla autrice, alla fine del libro, fermo al capezzale del “padre-creatore” quando egli muore, come un figlio che nonostante l’abbandono senta un legame indissolubile per chi l’ha generato.

"L'amore che è in me è talmente grande che tu stenteresti a immaginarlo. Il mio furore ha un'intensità che tu non puoi concepire. Se non troverò il modo di soddisfare l'uno, darò libero sfogo all'altro." #mary shelley