La "classe operaia va in paradiso", film uscito nel settembre 1971 e Palma d'oro al Festival di Cannes nel 1972, diretto da un grande regista della cinematografia italiana come Elio Petri, è una vivida e fedele testimonianza di come si possa trasporre sul grande schermo una tematica tanto delicata quale la condizione della classe operaia nell’Italia degli anni di piombo.

Girato a pochi anni di distanza dalle accese lotte operaie e studentesche dell’ "autunno caldo", la pellicola del regista romano ha il grande pregio di presentare un quadro assai fedele di quella che era la condizione operaia e delle lotte portate avanti negli anni Settanta.

Impreziosito dalla sublime interpretazione di un attore troppo poco celebrato come Gian Maria Volonté, nelle vesti di ‘Lulù’ Massa, il film "entra" nella fabbrica per descrivere le dure condizioni lavorative alle quali dovevano sottostare i lavoratori dell’industria italiana del periodo.

Un affresco delle lotte di classe, tra l'utopia di un socialismo solidale e l'amara realtà

Oltre che essere un vivido "documento" intento a riportare sul grande schermo le rivendicazioni degli operai all’alba di un decennio difficile come sarebbero stati gli anni Settanta, nel complesso l’opera di Petri si pone un obiettivo di più ampio respiro.

Ecco allora la cinepresa "travalicare" i confini spaziali del complesso industriale, per gettare il proprio sguardo all’esterno, sino alle scuole e alle università, per descrivere le lotte studentesche e quella particolare "alleanza" tra studenti e operai che, come ben appare dalla visione del film, è destinata a non produrre i frutti sperati, anche a causa di due modi differenti di intendere la lotta contro il capitalismo borghese.

In tal senso questa ‘incomunicabilità’ è ben rappresentata da ciò che accade dopo il licenziamento di Lulù il quale, chiesto "soccorso" ai leader della protesta studentesca, riceve un secco rifiuto in quanto il suo – a detta dello studente – è un caso personale e non di classe.

Una distanza, quella tra studenti e operai, che Petri riproduce molto bene e non è una coincidenza se alla fine Lulù riuscirà ad essere riassunto soltanto grazie all'intervento dei suoi stessi colleghi e del sindacato.

Una pellicola destinata a 'scontentare' un po' tutti

Un film, quello di Petri, che è una denuncia sia nei confronti del sindacato, qui presentato come un organismo più attento a tutelare i propri interessi – anche a costo di entrare in "combutta" con i padroni - che a salvaguardare quelli degli operai, e del movimento studentesco, ritenuto troppo distante dai reali problemi degli operai e maggiormente legato a istanze puramente ideologiche.

Tutto ciò spiega il motivo della fredda accoglienza con cui venne accolta l’uscita della pellicola nelle sale, che produsse le vivaci contestazioni, tanto della sinistra, tanto della classe dirigente che della critica cinematografica. Un film quindi, per dirla con le parole di Petri, che riuscì a scontentare un po’ tutti, indipendentemente dai propri convincimenti ideologici e politici.