Dopo una trattativa da clima bellico, esacerbata dal sarcasmo con cui il premier Matteo Renzi ha aperto il plenum dei governatori (la maledetta battuta ‘Adesso ci divertiamo’) è stato siglato l’armistizio impresso come Salva-Regioni. Il Governo è ormai abituato ai decreti salva-qualcosa o salva-qualcuno. Stavolta non fa nessun regalo, al massimo uno sconto, ma di fatto è solo un intervento estemporaneo che non risolve l’equilibrio tra il potere centrale e le periferie.

Regioni sempre in deficit

Le regioni si sono presentate impreparate all’appuntamento con la spending, di fronte alla quale si sono difese con la solita riottosità.

All’acclamo dei tagli ecco subito la levata dei governatori, in realtà assillati dalla Corte dei conti. Motivo di vessazione da parte dei revisori sono i criteri di contabilizzazione dei fondi anticipati dal governo per saldare le fatture arretrate. Questi anticipi non venivano usati per la destinazione a cui erano vincolati, ma impegnati in altra spesa corrente. Si spiegano così i disavanzi contestati. Particolare è il caso del Piemonte che ha osato anche sorvoli tecnici: i debiti pregressi non venivano ascritti come riserve passive, spese impegnate ancora in debito fino al 31 dicembre, che non sono di spettanza del Ministero ma tali venivano fatte apparire e così la regione è riuscita comunque ad aggiudicarsi questi flussi. Oggi sul piatto il governo non mette nessuna offerta aggiuntiva, ma solo la possibilità di riparare ai debiti nel termine di 30 anni, con uno sconto sulle rate, per evitare dissesti a domino.

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Le regioni, ma anche i comuni, devono regolarizzare le scritture contabili entro il 30 novembre o non avranno accesso al credito dei fondi governativi. Si  impone che nelle spese di bilancio sia distinta la voce ‘fondo anticipazioni’ non impegnabili. Il nuovo decreto verrà incorporato nella Legge di stabilità come emendamento.

Federalismo: serve la spending

Il decreto salva-Regioni non è una riforma, ma una manovra forzata a veduta corta. La magna pars consiste nel ripiano dei debiti e una stretta sulle regole contabili, ma si tace sulla sincronia tra Stato ed enti locali. In scia a questa situazione vischiosa ci sono  tanti contenziosi per rivedere ogni volta il perimetro delle competenze. È lunga la sequela di ricorsi presentati alla Consulta: secondo il Sole24ore sarebbero 120 ogni anno, per 1500 impugnazioni di leggi e 1000 sentenze. È chiaro che aggiungono onere alla già farraginosa macchina amministrativa. Il federalismo serve a scorporare  i due centri di spesa e a ridefinire le competenze per evitare sovrapposizioni e produrre efficientamento.

Ma il presupposto ne è il taglio della spesa, che sia strutturale e non lineare e semilinerare, che pure sono ancora allo stato di interventi emergenziali, o sarà sempre la Sanità a pagare. Renzi per ora ritarda la questione, anche perché quello delle Regioni è un problema politico. E il premier finora ha voluto stare dalla parte dei Comuni, gli enti fra i cittadini, e non delle Regioni, le caverne dei corruttori.