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L'ancora di salvezza per Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza era arrivato due giorni dopo l'accertata condizione di dissesto finanziario. Il 23 giugno di quest'anno la Banca Centrale Europea le aveva dichiarate sull'orlo del collasso; il 25 giugno il Consiglio dei Ministri aveva approvato il decreto legge per garantirne il passaggio al gruppo Banca Intesa che le aveva rilevate al prezzo simbolico di 1 euro, mantenendo l'operatività di entrambi gli istituti di credito. Un'operazione per la quale lo Stato ha stanziato 5,2 miliardi di euro nell'ambito della liquidazione coatta amministrativa ed il beneplacet per il subentro di Intesa SanPaolo.

Per quest'ultima, l'acquisizione delle due ex venete è certamente un colpo grosso; fin troppo facile, però, individuarne l'anello debole nella situazione nel personale. Il rischio di un contraccolpo occupazionale era più che evidente alla luce di un accordo con la BCE che prevedeva il taglio di 4.000 Lavoratori su circa 9.000 e la chiusura di 600 filiali su 900. Si è dunque aperta una lunga ed estenuante contrattazione sindacale che ha visto in prima linea la Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI), prima organizzazione di categoria in Italia per numero di iscritti (sono oltre 110 mila in tutto il Paese). C'era da evitare che i costi dell'integrazione del personale ricadessero in prima persona sui dipendenti e per tutti questi mesi lo spettro più presente era quello dei licenziamenti, unito all'applicazione dei minimi contrattuali previsto dalla normativa.

La fumata bianca in tal senso è arrivata lo scorso 15 novembre: l'intesa tra le parti, oltre a sancire il subentro definitivo di Intesa Sanpaolo, disciplina l'organizzazione del lavoro, il welfare, le retribuzioni, i programmi di mobilità e la riqualificazione complessiva dei dipendenti delle due ex banche venete all'interno del gruppo Intesa.

Bossola: 'Il nostro intervento ha reso la contrattazione socialmente sostenibile'

In proposito, abbiamo intervistato Mauro Bossola, segretario generale aggiunto della FABI. Gli abbiamo chiesto innanzitutto un parere sul grande vantaggio acquisito da Banca Intesa nel subentro. "Non entriamo nel merito di queste valutazioni - dice Bossola - perché il nostro lavoro come sindacato era quello di garantire i lavoratori. Certamente il gruppo Intesa, così come avvenne anni fa nell'acquisizione del Banco di Napoli, ha una grossa chance. L'espansione del nord-est del Paese a questi tassi, oltre all'espansione ahche in Sicilia con l'acquisizione di Banca Nuova, è un'occasione favorevole da giocare sul mercato.

Intesa Sanpaolo ha fatto un'operazione di interesse per il gruppo, il nostro intervento però ha permesso di renderla socialmente sostenibile. Ora tutto dipenderà dalle capacità dell'azienda di considerare questi nuovi dipendenti una risorsa e non un peso ed è stato il principale argomento che abbiamo messo sul tavolo delle contrattazioni".

Esuberi: il nuovo piano

Cosa prevede il nuovo accordo tra azienda e sindacati? Mauro Bossola lo spiega in maniera dettagliata. "Lo scorso giugno ci siamo trovati con 9.000 colleghi in più in Banca Intesa: chiaro che le condizioni dell'accordo con la BCE prevedevano ricadute gravissime sul personale: il taglio 4.000 dipendenti su 9.000, più o meno la metà, oltre al taglio di 600 su 900 filiali che prevedeva anche le chiusure delle sedi di Montebelluna e Vicenza ed altre sedi in giro per l'Italia. Abbiamo trovato la soluzione più idonea ed i 4.000 lavoratori non saranno tagliati totalmente dal gruppo delle due venete: di questi, infatti, 1.000 volontari (personale che maturerà i requisiti pensionistici al 31 dicembre 2024) sono stati fatti uscire dalla Veneto Banca e della Popolare di Vicenza. Gli altri 3.000 volontari (dipendenti che raggiungeranno i requisiti per la pensione al 31 dicembre 2022) saranno fatti uscire da Intesa Sanpaolo. In questo modo abbiamo limitato un impatto negativo occupazionale che sarebbe stato drammatico".

Continuità contrattuale, mobilità e fondo pensione

Un altro punto non meno importante riguardava la continuità contrattuale. "Il problema dell'integrazione in una struttura esistente che in Italia conta circa 70 mila dipendenti era evidente - prosegue il segretario nazionale aggiunto della FABI - perché Intesa Sanpaolo oltre ad applicare il contratto nazionale del credito, applica anche un contratto di secondo livello. Dopo lunghe trattative, abbiamo ottenuto la copertura delle retribuzioni precedenti al cento per cento per il 95 % dei dipendenti delle due ex venete e, oltretutto, abbiamo messo in sicurezza anche 200 giovani precari che, in parte, avevano già perso il proprio posto di lavoro. Abbiamo trasformato i loro contratti in indeterminati, riuscendo anche ad ottenere garanzie per il contenimento della mobilità territoriale". In particolare l'azienda si è impegnata a creare nuovi insediamenti, partendo dalle innovative filiali on line, nei territori dove c'è una maggiore concentrazione di dipendenti. Per i lavoratori in mobilità saranno inseriti rimborsi e limiti chilometrici, oltre all'accesso al part-time ed alla sperimentazione dello smart working. Altra 'vittoria' del sindacato, senza dubbio, l'accesso al Fondo pensione e Fondo sanitario del gruppo Intesa. "In particolare - sottolinea Bossola - la contribuzione ai fondi pensione è stata mantenuta o adeguata in base a ciò che è previsto in Banca Intesa. I nuovi dipendenti hanno inoltre accesso al Fondo sanitario del gruppo considerato tra i migliori in assoluto a livello europeo".

'Contrattazione fuori dagli schemi'

Un lavoro molto articolato, certamente la miglior soluzione possibile alla luce di quella che è stata un'operazione assolutamente inedita. "Ci trovavamo di fronte ad una contrattazione fuori dagli schemi: non era una fusione o una incorporazione di istituti, bensì una liquidazione coatta amministrativa. In parole povere è come se si fossero svegliati al mattino, informandoci che ci dovevamo occupare di circa 9.000 colleghi che da un giorno all'altro sono diventanti dipendenti del gruppo Intesa. Sapevamo che non era semplice e sulla testa c'era la spada di Damocle dei licenziamenti, della chiusura delle sedi e del dramma di migliaia di famiglie. Ho già detto che Banca Intesa ha fatto un'operazione di interesse per il gruppo e visto che si trattava di una liquidazione coatta amministrativa aveva intenzione di applicare i minimi contrattuali. Non è stato facile per i colleghi, già duramente provati dalla vertenza e gravati dal danno economico: in tanti, tra i lavoratori delle ex banche venete hanno investito i propri risparmi negli istituti di appartenenza".

La vertenza dei risparmiatori

Un posto di lavoro a rischio, un danno economico e l'incombenza di dover 'trattenere' una clientela giustamente inferocita. I risparmiatori che ancora attendono i rimborsi e la cui fiducia nelle istituzioni bancarie è ormai ai minimi storici. Risolta con questo accordo la questione dei dipendenti, resta aperto lo squarcio delle persone danneggiate in maniera diretta dal crac delle due banche venete. "Lo abbiamo sostenuto nel tavolo di contrattazione con l'azienda: i risparmiatori devono essere sanati e tra questi ci sono molti colleghi che hanno investito le proprie risorse. Si tratta di una questione sulla quale certamente non molleremo la presa". Ala luce di ciò che accade in Italia e che non riguarda soltanto la vicenda lungamente descritta, una riflessione è obbligatoria. "Lo vediamo tutti i giorni aprendo i quotidiani o cliccando sui siti di informazione - conclude il rappresentante sindacale - perché leggiamo notizie assolutamente sconcertanti. Fin troppo evidente che sono stati commessi errori ed ora bisogna rimediare. Da parte nostra produrremo il massimo sforzo per chiudere nel migliore dei modi la questione: in gioco ci sono i risparmi delle famiglie, ma anche il ristoro della fiducia della gente verso le istituzioni bancarie".