Il 2017 si chiude con l'ennesimo fallimento dell'imprenditoria italiana. E' la volta di 'borsalino', l'azienda di Alessandria che produce cappelli da uomo in feltro. Un cappello che ha fatto la storia dell'Italia e ha viaggiato in tutto il mondo. Lo hanno portato attori francesi come Jean-Paul Belmondo e Alain Delon; Ingrid Bergman e Humphrey Bogart lo indossano nella scena dell'addio finale in Casablanca. Ma i vip che lo hanno portato sono davvero numerosi: da Di Caprio a Michael Jackson.

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Il tribunale respinge l'ennesima richiesta di Philippe Camperio

L'azienda di cappelli 'Borsalino' è stata dichiarata fallita ieri dal tribunale di Alessandria. Respingendo la richiesta dell'imprenditore svizzero Camperio che ne aveva affittato una parte nel maggio 2015. Il fallimento è legato alla bancarotta dell'allora maggiore azionista, l'imprenditore astigiano Marco Marenco. La reazione alle decisioni del tribunale sono state unanimi e di condanna: l'azienda, si sostiene, non può fallire, perché ci sono ancora ordini e il lavoro non manca.

Sono di questo avviso i sindacati, ma non demorde lo stesso Camperio, che si dichiara pronto a continuare la produzione di questo brand, per preservare "un patrimonio d'eccellenza del sistema manifatturiero italiano."

L'Italia, il 'Paese dello shopping per le holding straniere'

L'Italia è diventato il Paese in cui meglio svendere il made in Italy. E' un fatto che dal 2008 al 2012 437 aziende italiane sono passate in mano straniera. Secondo il Rapporto 'Outlet Italia. Cronaca di un Paese in (s)vendita', infatti, questi sono i dati che dimostrano come, in seguito alla crisi, molti grandi brand italiani hanno preferito svendere i propri prodotti alle holding straniere.

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Di queste 437, eccone solo 4 nel dettaglio. 1) L'aceto balsamico, svenduto alla Multinazionale Twinings; 2) Il marchio milanese di gioielli, Buccellati, passato ai cinesi (la Gangsu Gangtai Holding) in un'operazione finanziaria del 2 agosto 2017 per una cifra pari a 195 milioni; 3) il Brunello di Montalcino, svenduto ai francesi dell'Epi Group (di Christopher Descours) il 16 dicembre 2016; 4) la birra Peroni, finita nel 2003 al colosso anglo-sudafricano SabMiller , poi ceduta ai belgi (INBEV) nel 2016, arrivando fino all'ultima svendita al Giappone. Irricevibile pare sia stata l'offerta del produttore di birra Asahi: ben 400 miliardi di yen(3 miliardi di euro).

Diamo all'Italia quello che è dell'Italia

La crisi, è innegabile, ha accelerato e indotto alcuni processi già avviati dalla rivoluzione industriale. La produzione artigianale e la classe imprenditoriale sono stati duramente colpiti e mai adeguatamente sostenuti e tutelati dal 2008 in avanti. Quello che non ha fatto la crisi, però, continua a farlo una classe dirigente non abbastanza attenta alle necessità di mantenere in Italia i prodotti italiani.

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Un Made in Italy che non va salvaguardato un giorno sì e 29 no, ma va protetto, perché vale. Se ne sono resi conto Cinesi, Giapponesi, Indiani e tanti ancora; possibile che a non avvedersene siano solo gli Italiani?

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