La Riforma Fiscale americana che, sicuramente, dovrebbe incidere sulla capacità di spesa dei cittadini della più grande democrazia occidentale ad un esame superficiale dovrebbe portare a degli indubbi vantaggi economici anche per i suoi diretti partner commerciali, primi fra tutti i paesi membri dell'Unione Europea che dovrebbero veder aumentare la domanda estera dei loro prodotti. E questo, sicuramente, almeno in parte è vero. Comunque, la bce, per bocca di due suoi illustri economisti, Ursel Baumann e Allan Gloe Dizioli, che hanno curato personalmente il capitolo dedicato alla riforma fiscale voluta da Donald Trump nel prossimo bollettino dell'Eurotower, mette in evidenza i rischi per l'economia dei paesi europei che supererebbero di gran lunga i vantaggi.

Vediamo di capire quali sono le ragioni di questi timori da parte delle autorità di vigilanza europee.

Cosa prevede la riforma americana

La riforma voluta dal Presidente USA ha l'obiettivo di far ripartire la locomotiva americana alla massima velocità possibile. Infatti, in estrema sintesi, prevede un abbattimento dell'aliquota fiscale generale, attualmente al 35%, portandola al 21%. Un differenziale di ben 14 punti percentuali che, nelle intenzioni dell'amministrazione presidenziale americana, dovrebbe mettere le ali alle aziende a stelle e strisce.

Vengono, poi, introdotte particolari detrazioni per la spesa in investimenti delle società. Mentre, le persone fisiche beneficeranno, anch'esse, di una riduzione delle tasse. Infine, viene varato anche negli Stati Uniti, un vero e proprio scudo fiscale che consentirà, in special modo alle grandi multinazionali con grandi giacenze nei Paradisi Fiscali, di far rientrare i capitali in Madrepatria pagando una sanzione una tantum e forfettaria variabile dall'8 al 15% del dovuto a seconda della maggiore o minore liquidità dei beni scudati.

In termini assoluti, secondo i calcoli effettuati dagli economisti della Banca Centrale, si tratta di circa 1500 miliardi di dollari di stimoli fiscali. Questi, comunque, espleteranno appieno i loro effetti benefici solo a partire dal 2025. Ma non è tutto oro quello che luccica. Secondo gli economisti europei questa sorta di shock fiscale a breve termine potrebbe portare nel lungo periodo, almeno negli Stati Uniti, ad un rialzo dei tassi d'interesse che annullerebbe i benefici ottenuti.

Un po' come successe negli anni '80 durante la Presidenza di Ronald Reagan. Ma riverberi si potrebbero avere anche in Europa.

Le possibili conseguenze per l'economia europea

Dato che a muoversi sul terreno di una deregulation fiscale è stata la prima economia occidentale, gli economisti dell'Eurotower temono un effetto di emulazione da parte delle altre economie occidentali. Le conseguenze, secondo gli esperti, sono effettivamente incerte e complesse ma, sicuramente, c'è da aspettarsi una notevole riduzione delle basi imponibili a disposizione dei vari Stati europei. Per non parlare del fatto che la forte riduzione fiscale americana indurrà le imprese che, fino ad oggi, hanno delocalizzato le loro produzioni nel territorio dell'Unione a rientrare in Patria, accentuando la disoccupazione europea.

Per di più, vi sarebbero, secondo la bce, dei rilievi di carattere strettamente giuridico nei confronti della riforma varata a Natale scorso. Infatti, per gli economisti europei essa violerebbe precise disposizioni della WTO, l'Organizzazione Mondiale del Commercio. In particolare, alcune disposizioni non sarebbero conformi alle varie convenzioni sulla doppia imposizione.

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