C'è chi teme un nuovo shock petrolifero. Il prezzo di riferimento del WTI, il petrolio dei giacimenti americani per intenderci, è tornato a superare la soglia dei 75 dollari al barile per poi scendere nuovamente e tornare intorno a quota 74 dollari al barile. Ma era arrivato anche sotto quota 73 dollari al barile. Forse sull'onda dell'indiscrezione secondo cui l'amministrazione americana sarebbe pronta a mettere in circolazione le proprie riserve strategiche pur di far calare il prezzo dell'oro nero.

Sta di fatto che tutti gli esperti del settore si attendono, nel breve termine, una nuova impennata dei prezzi del petrolio. Tanto più che, nel frattempo, un guasto verificatosi nell'impianto della Syncrude, azienda canadese con sede a Fort McMurray, bloccherà l'immissione nel mercato di circa 360 mila barili di greggio per tutto questo mese di luglio 2018.

Le probabilità di una bolla

In gergo tecnico viene chiamata Bubbling Crude. Cioè una fase in cui il prezzo del petrolio sale a livelli vertiginosi.

Anche se, infatti, siamo alquanto lontani dal picco raggiunto nel decennio scorso, con l'oro nero a circa 100 dollari al barile, l'attuale livello dei prezzi viene giudicato troppo alto persino dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che più volte ha scagliato invettive infuocate contro i Paesi produttori membri dell'Opec. Le ulteriori tensioni di questi giorni nel Golfo Persico, con il Presidente Hassan Rouhani che avrebbe fatto intendere di essere pronto a sabotare il traffico delle petroliere nello Stretto di Hormuz, come rappresaglia contro le sanzioni americane, avrebbero indotto alcuni addetti ai lavori a temere lo scoppio improvviso della bolla.

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Tra questi, David Fickling, opinionista di Bloomberg, il quale teme che la bolla scoppi, facendo crollare improvvisamente e repentinamente i prezzi, ma solo dopo aver distrutto la domanda rimanente di petrolio.

Le stime degli analisti

Tale scenario ha indotto diverse case di investimento, tra cui Morgan Stanley, a rivedere le proprie previsioni sui principali benchmark del prezzo del petrolio, quindi Brent e WTI. In particolare, secondo la banca americana, il prezzo del Brent dovrebbe attestarsi, nei prossimi 6 mesi, intorno agli 85 dollari al barile.

E questo essenzialmente perché, con il protrarsi delle tensioni internazionali, dovrebbe verificarsi un deficit di produzione non colmabile dal recente aumento deliberato dall'Opec nel mese di giugno per circa 1 milione di barili nominali. Questo perché vi sarebbero problemi di produzione anche per altri due Paesi, cioè Libia e Angola. I cui cali erano già stati considerati a giugno dall'Opec, quando si è deciso l'aumento. In totale, secondo Morgan Stanley, mancheranno all'appello esattamente 600 mila barili al giorno di greggio: in pratica, l'aumento effettivo deciso dall'Opec a giugno.

Il prezzo del greggio, intanto, per quanto riguarda il Brent è fissato a 78,08 dollari al barile in rialzo dello 0,41%. Mentre il WTI è a 74,18 dollari al barile, in rialzo dello 0,05%.

Sul tema, infine, è intervenuto anche l'amministratore delegato dell'Eni, Claudio De Scalzi, secondo il quale il prezzo del petrolio non deve salire eccessivamente. Questo danneggerebbe, infatti, anche le compagnie petrolifere che vedrebbero ridursi i consumi. Secondo il manager Eni, il livello ottimale dei prezzi dell'oro nero sarebbe intorno ai 70 dollari al barile.

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