Per la serie BlastingTalks, intervistiamo Alberto Balocco presidente e amministratore delegato di Balocco, azienda dolciaria italiana leader di settore e specializzata nella produzione di dolci da forno, con sede a Fossano (in provincia di Cuneo).

BlastingTalks è una serie di interviste esclusive con business e opinion leader nazionali e internazionali per capire come la pandemia di coronavirus abbia accelerato il processo di digitalizzazione e come le aziende stiano rispondendo a questi cambiamenti epocali. Leggi le altre interviste della serie sul canale BlastingTalks Italia.

Da tre generazioni operate nel settore dolciario: cosa significa interpretare questo ruolo oggi, portando avanti i valori che vi hanno caratterizzato in tutti questi anni?

È una sfida importante perché siamo rimasti una family company per tre generazioni e si sa che non tutte le sopravvivono alla terza generazione. Anzi, nel nostro caso stiamo iniziando a vedere affacciarsi negli uffici dell’azienda anche qualche giovane esponente della quarta generazione che inizia ad avvicinarsi al termine del ciclo di studi. In un momento di globalizzazione, si è assistito all’acquisizione di molte aziende di medie dimensioni da parte di multinazionali, la nostra sfida è effettivamente riuscire a mantenere l’indipendenza ed evitare di diventare un’unità produttiva all’interno di un grande gruppo. Al contrario, rimaniamo invece un’azienda dove la famiglia e le persone fanno la differenza.

Con la pandemia dovuta al coronavirus l’Italia si è improvvisamente fermata: qual è stato l’impatto della crisi sanitaria sul vostro modo di operare e come avete vissuto il difficile periodo del lockdown?

Fino a qualche settimana avevamo la speranza di non dover affrontare un nuovo lockdown, ma purtroppo tutto sta convergendo verso lo stesso scenario già vissuto in primavera.

Nel nostro paese di fatto il settore privato ha fatto tutto il possibile per dare continuità al lavoro, dalla piccola pizzeria alla grande industria. Tutti hanno dovuto organizzarsi per essere in grado di garantire la continuità dell’economia. Mi pare incredibile che il modello privato abbia saputo rispondere con grande senso di responsabilità, mentre il settore pubblico sia rimasto al palo soprattutto in termini di scuole, trasporti pubblici e sanità, ovvero quelle infrastrutture che se adeguate al nuovo scenario avrebbero potuto scongiurare un secondo lockdown.

Questo paradosso è inaccettabile.

Quindi cosa attendersi dal prossimo futuro?

Il nuovo lockdown appena proclamato coinvolgerà purtroppo anche la campagna natalizia, così come già successo con quella pasquale. Con qualche prudenza in più e con un intervento serio del governo su scuola, trasporti e sanità (tamponi e tracciamento in primis) si sarebbe potuto evitare. In Italia si è abituati a chiudere le stalle quando i buoi sono scappati: data la difficoltà di gestire e controllare la situazione, si fa prima a chiudere tutto. Siamo molto preoccupati perché il lockdown della primavera ha già fortemente compromesso l’anno e la situazione del Natale rischia di peggiorarlo ulteriormente.

Dopo l’avvio della successiva fase 2 e la prima timida ripresa si è comunque constatato un profondo cambiamento nel mondo del lavoro: dalle nuove misure di sicurezza all’avvento dello smart working per le funzioni amministrative e ai cambiamenti sulla logistica: può descriverci il vostro nuovo new normal?

La nuova normalità è ormai la gestione sempre più spinta dell’incertezza. Ci siamo abituati ai riti quotidiani dettati dalla pandemia, dall’utilizzo della mascherina al controllo della temperatura, abbiamo le mani consumate dai disinfettanti. Il protocollo condiviso risale al 24 aprile: sono passati 6 mesi e chi lo ha rispettato ha dimostrato che si può comunque continuare a lavorare. La nuova normalità ci impone però di mettere in conto che tutti i giorni si può essere esposti a un contagio, che però sembrerebbe non essere più drammatico come all’inizio della pandemia.

A livello pratico come si traduce tutto ciò?

Oggi le mascherine ci sono, sono disponibili e bisogna solo volerle usarle. Anche i tamponi dovrebbero essere accessibili a tutti e processati rapidamente, ma questa è un’altra storia.

In ogni caso occorre fare molta attenzione a ridurre al minimo il rischio di contagio, rinunciando tutti a qualcosa, senza però smettere di vivere. Si pensi all’eroismo dimostrato da tutto il personale sanitario: in realtà l’eroismo è stato portato avanti anche da tutti coloro che hanno potuto continuare a lavorare. Rimane purtroppo una confusione di base sulle categorie che devono giustamente fermarsi rispetto a quelle che non creano alcun problema nel rimanere aperte. Impedire nuovamente lo spostamento fra comuni per poter fare la spesa sarebbe un delirio. E quando lo Stato rinuncia a decidere delegando alle Regioni, diventa un ginepraio nel quale non si capisce dove sia la via d’uscita.

Mentre per quanto concerne il ruolo del consumatore all’interno di questo nuovo paradigma, quali cambiamenti avete riscontrato negli ultimi mesi?

In realtà negli ultimi mesi il comportamento d’acquisto si è normalizzato. La gestione della seconda ondata della pandemia dovrebbe transitare proprio per una riorganizzazione dei flussi, non nella loro interruzione. L’emergenza si dovrebbe gestire, non subire e i consumatori dovrebbero poter continuare regolarmente ad accedere a tutti i tipi di negozi, rinunciando solo a quelle attività che comportano per loro natura un rischio più elevato. Se le discoteche, per problemi di affollamento, espongono a rischi di contagio, un negozio di abbigliamento dove si accede pochi alla volta, è un luogo sicuro; se limitare gli accessi allo stadio non è possibile, al cinema si possono alternare le sedute.

Il mondo può continuare ad andare avanti usando tutte le normali precauzioni che il buon senso prevede.

Qual è stato l’impatto della pandemia mondiale sull’export dei vostri prodotti?

Non ha avuto conseguenze negative, in quanto esportiamo prodotti alimentari e li distribuiamo in molte nazioni. Complessivamente le vendite hanno tenuto bene e sono anzi in miglioramento rispetto al 2019. Anche la stessa campagna natalizia, in molti Paesi sta restituendo dei risultati comunque confortanti.

A pochi mesi dal Natale e dalle festività di fine anno stiamo per entrare in un momento importante per la produzione e vendita di prodotti dolciari, si pensi ad esempio ai panettoni e ai dolci da ricorrenza: quali sono le vostre aspettative al riguardo?

Siamo molto preoccupati. Una campagna natalizia che inizi contestualmente al secondo lockdown non può che essere influenzata negativamente. Il 70% del consumo dei dolci da ricorrenza è concentrato nelle tre settimane precedenti al natale, ovvero al termine previsto del lockdown, ma quanto e come quest’anno si potrà celebrare il Natale resta un’incognita, che peggiora l’incertezza di operatori e consumatori. Speriamo di non rivedere rivedrà il film dell’orrore già visto a Pasqua. in questo momento navighiamo tutti a vista e non possiamo che ipotizzare un Natale meno performante rispetto a quello a cui eravamo abituati.

In conclusione, a suo parere cosa possiamo imparare da questa crisi e in che modo potrà cambiare il settore dolciario nei prossimi anni?

Come sempre, chi si fa trovare preparato e forte all’appuntamento con la crisi ha maggiori opportunità di uscirne. Le aziende che hanno saputo diversificare prodotti e geografie, che hanno i conti in ordine le spalle robuste, dovrebbero avere maggiori chance di superare un momento così difficile. Si tratta di dimostrare la capacità di resistere ad un vero e proprio stress test. Gli imprevisti si possono gestire con manovre preventive di prudenza e irrobustimento, durante l’episodio è troppo tardi. Sottolineo però che questo non è un problema specifico dell’industria dolciaria, che per la verità è stata colpita meno di altri comparti, ma riguarda la tenuta economica di un sistema molto complesso, che sarà messo a prova durissima nelle prossime settimane.

Resta un fatto: questa estate ci si aspettava un autunno dal quale uscire da questo incubo, ma qui siamo ben lontani dal considerarlo un ricordo.

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