C'è un profumo che più di altri riesce a far pensare immediatamente all'estate. È quello della lavanda, pianta dai caratteristici fiori viola che da anni conquista giardini, balconi, prodotti per la casa, cosmetici e fotografie nei campi in fiore. Ma dietro l'immagine romantica della lavanda c'è anche una realtà agricola che sta cercando di evolversi.

La domanda, oggi, non è soltanto perché la lavanda piaccia così tanto, ma se possa rappresentare anche una coltura da valorizzare attraverso una filiera italiana. Un tema che interessa il mondo agricolo, la ricerca e alcune realtà imprenditoriali che stanno provando a organizzare la produzione.

Non solo una pianta profumata

La lavanda è conosciuta soprattutto per il suo aroma e per gli impieghi legati alla profumeria, alla cosmetica e ai prodotti per il benessere. I suoi fiori possono essere utilizzati anche per preparazioni decorative e, in determinate varietà e condizioni, in ambito alimentare.

Uno degli elementi che rende interessante questa coltura è proprio la possibilità di ottenere prodotti diversi dalla semplice pianta. L'olio essenziale, per esempio, rappresenta una delle principali forme di trasformazione della lavanda e permette di passare dalla materia prima agricola a un prodotto destinato a mercati differenti.

È questo passaggio a rendere importante il concetto di filiera: coltivare non significa necessariamente limitarsi a raccogliere e vendere la pianta, ma può significare collegare produzione agricola, trasformazione e commercializzazione.

L'interesse del settore pubblico

Che il comparto delle piante aromatiche e officinali sia oggetto di attenzione istituzionale è documentato anche dalle iniziative del Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste.

Nel 2025 il MASAF ha pubblicato un nuovo avviso per finanziare progetti di ricerca dedicati allo sviluppo delle colture di piante aromatiche e officinali biologiche. Il 5 novembre 2025 è stata poi approvata la graduatoria dei progetti ammessi a finanziamento. Non si tratta di un finanziamento specificamente dedicato alla lavanda, ed è importante non confondere i due piani. Il dato riguarda più ampiamente il settore delle piante aromatiche e officinali. È però un segnale dell'attenzione che il comparto continua a ricevere sul fronte della ricerca e dello sviluppo.

Anche nel 2026 il MASAF mantiene tra le proprie iniziative dedicate alle filiere una voce relativa a una filiera integrata di erbe aromatiche e piante officinali.

Il caso concreto di Saving

In questo scenario si inserisce il progetto di Saving, che rappresenta un esempio concreto di come si stia cercando di trasformare la coltivazione della lavanda in una vera attività di filiera.

Saving si presenta come la prima Filiera Italiana della Lavanda da Reddito, con presenza di coltivazioni in diverse province italiane. Propone un percorso rivolto a chi vuole realizzare una coltivazione di lavanda: il progetto comprende il supporto alla realizzazione della piantagione e punta alla valorizzazione della produzione attraverso la filiera, con l'obiettivo di mettere in relazione la fase agricola con quella successiva di trasformazione e commercializzazione.

È un caso interessante proprio perché rende concreto un concetto che altrimenti rischierebbe di rimanere astratto: non basta che la lavanda sia popolare tra consumatori e turisti, occorre costruire intorno alla pianta un sistema capace di trasformare la coltivazione in valore economico.

Saving pubblica inoltre sul proprio sito un'interessante serie storica relativa al prezzo dell'olio essenziale commercializzato dalla propria filiera. Per il 2023 e il 2024 l'azienda indica un prezzo massimo di 5,30 euro per 10 millilitri, pari a 530 euro per 100 boccette. Il valore riportato per il 2025 scende invece a 4,40 euro per 10 millilitri.

Dai campi viola al Made in Italy

La lavanda possiede inoltre una caratteristica che altre colture non hanno nella stessa misura: è diventata anche un elemento paesaggistico e turistico.

I lavandeti attirano visitatori durante la fioritura, vengono fotografati e condivisi sui social e possono diventare una componente di esperienze rurali, visite aziendali e vendita diretta. Il campo di lavanda, quindi, può rappresentare contemporaneamente una coltivazione, un elemento estetico e un punto di attrazione.

Questo non significa che ogni terreno coltivato a lavanda sia automaticamente redditizio. La convenienza economica dipende da varietà, condizioni climatiche e pedologiche, costi di impianto, gestione della coltura, resa, trasformazione e soprattutto capacità di trovare un mercato.

Ed è proprio qui che il concetto di filiera assume importanza.

Una coltura da riscoprire, senza facili promesse

Non ci sono dati ufficiali recenti sufficienti per parlare di un vero e proprio boom nazionale della lavanda e sarebbe quindi scorretto presentarla come la nuova coltura miracolosa dell'agricoltura italiana.

Ci sono però segnali concreti di attenzione verso il comparto delle piante aromatiche e officinali e, contemporaneamente, progetti imprenditoriali che cercano di organizzare una filiera specificamente dedicata alla lavanda. Il progetto Saving è uno di questi casi e permette di vedere sul campo come l'idea di una produzione organizzata possa tradursi in un'iniziativa rivolta agli agricoltori.

La lavanda, insomma, continua a fare quello che ha sempre fatto: profuma, colora e richiama un'idea di benessere e di estate.

Ma oggi, accanto ai sacchetti profumati nei cassetti e ai campi viola fotografati dai turisti, c'è anche una domanda più concreta: può diventare una materia prima capace di generare valore lungo una filiera italiana?

La risposta non è ancora scritta nei numeri. Ma tra ricerca pubblica, nuove iniziative agricole e progetti come quello di Saving, la lavanda sembra avere trovato un posto anche nella discussione sul futuro della diversificazione agricola italiana.