Abbandonare l'euro e tornare alla lira: un mantra di molti politici, intellettuali ed opinionisti, di una larga fetta dell'opinione pubblica. Peccato però che ci siano incontrovertibili fattori economici e finanziari che portano a dire che il ritorno alla lira sarebbe un disastro per l'Italia.

Prima di esporre i principali fattori però, una premessa doverosa: questo NON è un articolo in difesa dell'euro o dell'UE. Le mie convinzioni politiche ed economiche infatti sono assolutamente inconciliabili con gli attuali sistemi che non ritengo riformabili in meglio in alcuna maniera, tanto meno tornando alla moneta nazionale ed uscendo dall'Europa (abbandonare l'euro vorrebbe dire, per l'Italia, abbandonare l'UE, come scritto nei trattati fondanti l'Unione: per la Gran Bretagna ci sono apposite clausole da tutti riconosciute che le consentono di mantenere la sterlina, ma per Paesi come Italia, Francia, Germania e altri lasciare l'Eurozona vorrebbe dire addio all'Unione Europea con denuncia unilaterale dei trattati).

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Quindi o ci si convince -con la logica e con lo studio dell'economia- che il ritorno alla lira sarebbe solo un gran caos e che conviene restare nell'euro, che l'unica alternativa reale è una completa rivoluzione dell'attuale sistema capitalista giunto alla fase dell'imperialismo finanziario, oppure si dà credito alle idee più "alla moda" ma che di fatto non hanno una base concreta.

Infatti gli economisti "alternativi" che predicano il ritorno alle monete nazionali sono una minoranza anche tra quelli che non difendono l'euro di per se stesso ma solo come unica alternativa ora possibile a ben altri scenari.

Ritorno alla lira: 6 elementi per dire no

Per necessità di spazio esposti in maniera sintetica, spero che nei commenti non ci siano altrettanto sintetiche risposte tipo "un chilo di patate costava 1000 lire, ora costa 1 euro".

  • debito pubblico italiano non sostenibile per il disallineamento degli spread: il debito è finanziato sui mercati finanziari a un miliardo di euro al giorno
  • inflazione oltre il 10% per le materie prime e le fonti energetiche che importiamo (quasi tutte purtroppo per via di un arretrato sistema industriale non modernizzabile dall'oggi al domani senza traumi consistenti)
  • per far crescere solo dell'1% il Pil, le esportazioni dovrebbero crescere di circa il 20%, cosa impossibile: il mercato e la produzione sono ormai globali, i vantaggi della svalutazione per un singolo paese sono ormai inconsistenti, anzi a causa delle necessarie importazioni sarebbe un danno; se un paese svaluta, allora anche i vicini più deboli lo fanno nei suoi confronti e nessuno ci guadagna (come dice uno studio di Confindustria, inutile citare il caso dell'Argentina nel 2002 quando abbandonò il cambio fisso col dollaro: non potevano anche farlo Brasile e Messico che importavano prodotti argentini)
  • i crediti all'estero delle nostre aziende sarebbero subito congelati
  • finanziamenti ed investimenti dall'estero sarebbero quasi impossibili
  • come col cambio lira-euro nel 2002 ci furono molti furbetti che alzarono i prezzi, di sicuro accadrebbe anche con un ritorno alla lira (ecco, in questo caso l'esempio delle patate lo possiamo accettare)

Si può dire che euro e UE sono strutturati male, che sono un "prodotto" delle banche e dell'imperialismo finanziario, che ci stanno dissanguando e tutto il resto, ma occorre rendersi conto che: -o si fa una "rivoluzione" vera accettandone i costi e le incertezze, non una restaurazione del passato senza però cambiare tutto, perchè il mondo è ormai globale e dominato da attori geo-economico-politici di immani dimensioni come Usa, Russia, Cina, India, Europa, e che quindi la piccola Italia con la sua monetina nazionale non conterebbe nulla e sarebbe sempre più povera -oppure si resta in Europa, si evita di fare una rivoluzione seria ma anche una provincialata come il ritorno alla lira e si trovano soluzioni all'interno di questo sistema che non si vuole abbattere per davvero.

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