A meno di eclatanti colpi di scena, è ormai definitivo lo stop all'opzione donna per accedere alla pensione anticipata con calcolo contributivo. La Commissione Bilancio della Camera in data 24 novembre ha infatti bocciato l'emendamento presentato da Sinistra, ecologia e libertà che proponeva la proroga dei termini di maturazione dei requisiti per fruire di questa possibilità, riservata al sesso femminile, a tutto il 2015. Il motivo di questo no? Come sempre, la mancanza di fondi. Le lavoratrici (circa 6 mila) che si vedono private di questa opzione possono ora sperare solo nel buon esito della class action presentata contro l'Inps dal Comitato opzione donna, ma le probabilità di farcela sono poche.

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In cosa consiste l'Opzione donna con il contributivo? Si tratta di una possibilità sperimentale per la pensione anticipata offerta dalla legge Maroni del 2004: essa permette alle donne con almeno 57 anni di età (58 per le lavoratrici autonome) e 35 anni di contributi di scegliere di ritirarsi dall'attività lavorativa, accettando tuttavia che l'assegno pensionistico finale sia calcolato con il sistema contributivo, invece che con il retributivo, con una perdita stimata in media a circa il 25-30% sull'importo della pensione. In origine l'Opzione donna poteva essere esercitata sino al 31 dicembre 2015, ma l'Inps in seguito ha, con due circolari successive, ristretto i termini per il raggiungimento dei requisiti al 31 dicembre 2014.

Il risultato è che circa 6 mila lavoratrici che raggiungeranno tali requisiti l'anno prossimo si vedono private della possibilità di accedere alla pensione anticipata secondo queste modalità.

L'emendamento di Sel appena bocciato prevedeva, appunto, il ripristino delle tempistiche originali per l'opzione donna. Ma perchè è stato bocciato?

Come anticipato, il problema è ancora una volta da ricerare nella mancanza di risorse economiche per far fronte alla spesa necessaria. Ma proprio su questo punto si concentrano le critiche e la rabbia del Comitato Opzione donna, guidato da Dianella Maroni. I conti presentati dall'associazione evidenziano come, a fronte di una spesa sicuramente non indifferente nei prossimi anni (si parla di 554 milioni di euro fino al 2019), l'opzione potrebbe poi portare risparmi nelle casse dello stato quantificati in 1.729 milioni di euro fino al 2041, vista la minore entità degli assegni previdenziali delle donne aderenti.

Anzi, negli scorsi mesi il parlamento aveva approvato ben due risoluzioni a favore della causa, e da più parti si era proposta l'estensione di questa possibilità a tutti i lavoratori italiani, donne e uomini. In sostanza, si prefigurava una nuova forma di flessibilità all'interno del sistema previdenziale: la possibilità per i cittadini di scegliere le tempistiche per il proprio ritiro rinunciando, ovviamente, ad una fetta di pensione. Lo stop all'opzione donna, fissato ormai tra poco più di un mese, è quindi da considerarsi definitivo? O la lotta del comitato contro l'Inps porterà qualche frutto? Se volete rimanere aggiornati su questo tema, vi invitiamo a cliccare sul tasto "segui" che trovate in alto, sotto il titolo dell'articolo. 

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