Oramai è cosa certa: l'art 13 dello Statuto dei Lavoratori, che impediva - salvo rarissime eccezioni - la dequalificazione o demansionamento di un lavoratore, sta per essere definitivamente cancellato dall'ordinamento, grazie al Jobs Act. Da domani l'imprenditore disporrà di amplissimi margini nell'esercizio del proprio jus variandi, vale a dire del suo potere di cambiare mansioni ad un proprio dipendente, affidandogli anche compiti appartenenti ad inquadramenti inferiori, senza dover più incorrere in costose e spesso perdenti azioni legali.

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Il lavoratore potrà essere degradato per ragioni tecniche ed organizzative, senza ovviamente alcuna forma di indennizzo. Il salario - come ha osservato anche Giorgio Cremaschi, storico esponente Fiom e rappresentante dell'opposizione di sinistra nella Cgil, in una nota a sua firma pubblicata sul sito de Il Sindacato è Un'Altra Cosa - dovrebbe rimanere lo stesso, ma senza le indennità. Ad esempio un operaio montatore che fa i turni o va in trasferta- spiega sempre Cremaschi - può essere degradato a facchino nei magazzini e si vedrà ridotta la paga del 30%.

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Un altro aspetto deteriore di questa riforma sta nel fatto che il lavoratore licenziato per motivi economici potrebbe essere riassunto, conciliando con l'azienda, se accetta di riprendere a lavorare con una mansione inferiore, e perdendoci anche in termini retributivi.

Inoltre, se il potere di demansionamento diventa pressocché illimitato, il lavoratore non potrà più pretendere la promozione per adibizione a mansioni superiori: l'art.

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13 dello Statuto dei Lavoratori prevedeva infatti che se si operava per almeno 3 mesi in mansioni superiori il lavoratore aveva diritto al corrispondente inquadramento contrattuale. Si dovranno attendere invece sei mesi, salvo accordi peggiorativi.

Dunque aumenta a dismisura il potere del datore di lavoro, si riduce proporzionalmente quello del dipendente, esposto sempre più a minacce e ritorsioni, oltre che al peggioramento della qualità della vita sul posto di lavoro.

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