Anche se a breve i ragazzi che hanno superato gli esami di maturità dovranno farescelte importanti per il loro futuro, siamo in piena estate, e questo non è il momento migliore per parlare di Scuola. Non è neanche il periodo giusto per soffermarsi sulla valenza sociale dell’Università pubblica, visti i criteri di selezione introdotti dal Governo Renzi. Inutile parlarne ora, quindi; inutile parlarne a prescindere.

Eppure, un importante spunto di discussione ce lo dà un'interessante sentenza depositata lo scorso 11 luglio dallaSesta Sezione del Consiglio di Stato e pubblicata solo qualche giorno fa sul portale "gazzettaamministrativa.it".

La sentenza del Consiglio di Stato

Con la sentenza n.3043, il Consiglio di Stato ha annullato la deliberadell’Autorità Nazionale Anticorruzione che sottoponeva le Università private agli obblighi di trasparenza e pubblicità previsti per le università pubbliche. Secondo i giudici gli atenei privati, a differenza di quelli statali, non rientrano nella nozione di amministrazioni pubbliche. Il provvedimento poggia su una creativa definizione di ente pubblico inteso come soggetto "funzionale" e "cangiante", e non "statico" e "formale". In altre parole, ciò vuol dire che uno stesso soggetto può avere la natura di ente pubblico a certi fini e rispetto a certi istituti (Le Università private sono enti pubblici ai fini della validità legale del titolo e dell’accesso ai finanziamenti statali) e, invece, non averla rispetto ad altri (Gli atenei privati non sono enti pubblici ai fini del decreto trasparenza).

Tale "capriola interpretativa" è sostenuta nella sentenza dal rimando all'art. 33 della Costituzione che "riconosce la libertà di insegnamento" e stabilisce il diritto di "enti e privati" di istituire scuole e istituti di educazione e, all'ultimo comma, riconosce alle Università "il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato".

La Costituzione, dunque, stando alla sentenza, consente ai privati di promuovere l’istituzione di centri di istruzione e, al tempo stesso, gli garantisce una natura sostanzialmente pubblica. Nessun accenno, però, viene fatto all'art. 34 che recita: "La scuola è aperta a tutti. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi".

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