Questo sembra essere il nuovo motto dei nostri governanti che, forti delle inattaccabili conclusioni dell’ISTAT sull’aspettativa di vita, continuano ad innalzare l’età pensionabile.

Entro il 2019 si dovrà andare in pensione a 67 anni, seguendo un meccanismo numerico che non tiene conto di molteplici fattori che interessano la singola persona, ma si basa esclusivamente sul dato medio riguardante l’età anagrafica.

Non vi sono differenze tra tipologie di lavoro.

Quindi se uno si trova per esempio a 65 anni pieno di ‘acciacchi’ deve continuare a lavorare, se uno a 65 anni fa un lavoro pesante ma non incluso nelle categorie protette deve continuare a farlo.

Ovviamente per l’ISTAT la differenza sta solo nei numeri, ma nella realtà è tutto ben diverso.

Basti pensare a chi è costretto a lavori manuali, a chi deve garantire efficienza e precisione, a chi è continuamente sottoposto a stress.

Tutti lavori che sono alla portata di un giovane, di una persona matura, ma non sempre di una persona avanti con gli anni.

Infatti nella terza età un singolo anno in più può fare la differenza, soprattutto per quello che riguarda la sicurezza sul lavoro.

I sindacati ovviamente protestano contro questo meccanismo.

Le varie organizzazioni sindacali si sono dette contrarie a questo atteggiamento del governo rispetto allo scatto automatico.

Oltre ad un giudizio negativo nel suo complesso sono stati particolarmente attenti a segnalare l’inadeguatezza della proposta che non tiene conto della varietà demografica del nostro territorio.

Molte sono le diseguaglianze sociali ed economiche tra Nord e Sud Italia, molte anche le differenze da regione a regione per quanto riguarda l’accoglienza sanitaria e tutto questo incide sulla qualità della vita.

Una persona anziana che vive in una ricca provincia del nord può vivere i suoi anni contando sull’efficienza delle istituzioni, mentre un abitante che risiede in un paese molto più disagiato fa fatica e soffre dovendo affrontare i problemi in solitaria.

La domanda sorge spontanea.

Fino a quando andrà avanti questo aggiustamento perverso?

Infatti sembra non esserci una fine, se il tutto è meramente frutto di una media matematica, questa media tenderà sempre ad aumentare, senza considerare i pro e i contro.

Dopo i 67 si passerà a 69, poi 71 e così via.

Alcuni hanno stimato che procedendo di pari passo con l’aspettativa di vita si potrebbe andare in pensione a 75 anni entro il 2050.

O a mio parere fin che morte non vi separi.

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