Il decreto dignità così tanto sponsorizzato da Di Maio continua a far discutere. Dopo le aspre e dure critiche provenienti dall’area imprenditoriale dell’elettorato, con Berlusconi che non ha perso tempo nel sottolineare i difetti del provvedimento, adesso è il turno delle famiglie che potrebbero essere penalizzate dal decreto. Si tratta delle famiglie italiane che hanno alle loro dipendenze un lavoratore domestico. Secondo i primi calcoli che si possono effettuare sul primo atto di Governo (attualmente in Parlamento per la conversione in legge), il rischio è quello di far aumentare i costi a carico di famiglie che abbiano assunto una colf, una badante oppure una baby sitter.

Di cosa si tratta

L’obiettivo dichiarato del primo provvedimento del nuovo Esecutivo è il contrastare la precarietà, favorendo i contratti a tempo indeterminato e combattendo l’utilizzo dei contratti a termine, rendendoli meno vantaggiosi. Il provvedimento, infatti, prevede l’aumento dei costi a carico delle aziende per ogni rinnovo di contratto a termine. In pratica, un imprenditore che assuma un lavoratore con i contratti da precario, ad ogni rinnovo con lo stesso contratto dovrà pagare un surplus, ovvero un contributo aggiuntivo oltre a quello fisso, pari ad un ulteriore 0,5% che andrà a sommarsi all'1,4% di base.

Per evitare ricadute sui conti pubblici, la misura prevista è stata eliminata dai contratti precari delle Pubbliche Amministrazioni, dove gli enti che utilizzeranno questi contratti, non saranno soggetti a costi aggiuntivi per ogni rinnovo. Il surplus, tuttavia, andrà ad incidere sulle famiglie in qualità di datori di lavoro del lavoratore domestico al pari del datori di lavoro dei settore privato.

Cosa si rischia?

In estrema sintesi anche le famiglie dovranno pagare il surplus per ogni rinnovo di contratto a termine del proprio lavoratore domestico o della propria badante. Ed il surplus è dovuto immediatamente, perché il decreto, come dicevamo è già in vigore. A dire il vero, però, durante l’iter parlamentare di conversione in Legge, qualcosa potrebbe cambiare. Tutto questo, tradotto in soldoni, significa che le famiglie potrebbero andare a spendere ben 160 euro in più all’anno per la propria badante.

Assindatcolf, associazione dei datori di lavoro del settore domestico ha fatto i conti sull’esempio di una badante assunta per 24 ore di lavoro settimanali con contratto precario. Il surplus annuo a carico delle famiglie andrebbe a sommarsi agli oltre 2.000 euro di contributi previdenziali da versare all’Inps. Secondo l’associazione, questo accanimento nei confronti delle famiglie è inutile e non proporzionato all'incidenza dei contratti a termine nel lavoro domestico.

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Secondo il vice-presidente di Assindatcolf, Andrea Zini, non essendo applicato a questa tipologia di lavoro il famoso articolo 18, le famiglie potranno licenziare una badante con il preavviso minimo di 7 giorni. I contratti a termine dunque sono superflui nel settore, tanto è vero che, statisticamente, sono in numero irrilevante ed utilizzati solo quando strettamente necessario, per lo più nei mesi estivi.

Un provvedimento che, come riporta anche il quotidiano “Il Corriere della Sera”, potrebbe finire con il fomentare ancora di più il lavoro nero in un settore che ne ha già una percentuale molto alta.

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