È passata una settimana ed il governo non è intervenuto con gli emendamenti per correggere la manovra tanto discussa e che ha prodotto gli appunti dell’Europa al nostro Paese. Interventi che secondo i vertici della Commissione Europea sono obbligatori affinché il giudizio sulla manovra finanziaria del governo Conte, diventi positivo. Ridurre la spesa previdenziale della nuova misura quindi appare un obbligo, a meno che l’esecutivo non intenda andare avanti per la sua strada con il concreto rischio di sanzioni da parte della UE.

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Sembra un vicolo cieco, anche se secondo un articolo del quotidiano romano “Il Messaggero”, anche senza interventi, i paletti inseriti nella misura ridurrebbero la platea dei beneficiari. Infatti, senza ritoccare l’apparato normativo originario della quota 100, secondo l’articolo, solo una persona su due che avrebbe diritto alla pensione anticipata, opterà per tale misura. Dai 6,7 miliardi di stanziamenti, la spesa scenderebbe così intorno ai 5 miliardi.

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Nel frattempo, persone vicine al dossier previdenziale e tecnici studiano soluzioni per compiacere Bruxelles. L’esperto previdenziale Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi Itinerari Previdenziali e vicino alla Lega per la quale ha prodotto la parte previdenziale dei programmi elettorali, presenta una sua soluzione piuttosto radicale. La quota 100 potrebbe essere appannaggio solo di chi ha chiuso i requisiti nel 2018, una soluzione che hanno già ribattezzato “scalone 2018”.

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Pensioni

Per i critici parlare di quota 100 ormai sembra un eufemismo

Per i critici la misura presenta già un'anomalia relativa al suo nome. Quota 100, in linea generale e soprattutto, per come la intendeva Salvini ai tempi della campagna elettorale, dovrebbe permettere la pensione quando la somma di età e di contribuzione versata è uguale a 100. La misura per come è nata invece, permette l’uscita con la quota 100 pulita solo a chi ha 62 anni di età e 38 di contributi.

Le due soglie sono quelle minime e pertanto, se è necessario raggiungere 38 anni di contributi minimi, a 63 anni si andrebbe in pensione con quota 101, a 64 con 102 e così via. Una quota 100 libera costerebbe tanto, come conferma Brambilla che parla di 8 miliardi di euro, cifra superiore allo stanziamento in manovra e pertanto non sostenibile, a prescindere dal giudizio della UE. Il tecnico ha elaborato una sua particolare versione di quota 100 che la renderebbe assolutamente sostenibile anche di fronte ai vertici europei.

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Una soluzione drastica che parte dal concetto che 300mila nuove domande di pensione con la nuova misura, l’Inps non può oggi, permettersi di ricevere. Allora si passerebbe ad una quota 100 scaglionata ma solo per chi raggiunge i requisiti nel 2018 e per di più, da chi li ha già raggiunti da 2 anni. Per un lavoratore oggi in continuità di assunzione questo significherebbe che dai 38 anni di contributi necessari, si salirebbe a 40. Tutto ciò renderebbe ancora di più lontana la misura dal suo nome.

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Lo scalone

Il Corriere della Sera espone questa nuova ipotesi di Brambilla con tanto di esempi pratici di chi potrà sfruttare la misura dal prossimo 1° gennaio. La riforma Fornero va superata, perché ci sarebbe da mandare in pensione quelli che non raggiungono ancora 67 anni di età o 43 e 3 mesi di contributi come prevede oggi la normativa vigente. La soluzione di Brambilla sarebbe concedere la pensione solo a coloro che al 31 dicembre 2018 avranno maturato il requisito di quota 100, ma con determinate e restrittive condizioni. Si manderebbe in pensione prima quelli che hanno maturato quota 100 entro la fine del 2018 e da più di due anni. La finestra sarebbe marzo 2019. Poi andrebbero in pensione coloro che hanno maturato la quota 100, sempre entro la fine di quest’anno, da almeno 18 mesi per poi andare avanti fino al 2020 per chi ha maturato la quota da meno anni. In parole povere, la misura sarebbe appannaggio solo di chi ha già maturato quota 100, con priorità in uscita a quelli che la hanno maturata da più tempo. Per marzo quindi, via libera a chi ha chiuso i due requisiti almeno nel 2016, cioè un soggetto che oggi ha 64 anni o che ha 40 anni di contributi. Una soluzione che sarebbe ottimale solo dal punto di vista dei costi, perché la platea di beneficiari scenderebbe dagli oltre 300mila solo per il 2019, ai 250mila per il biennio 2019/2020.

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