A giugno arriveranno i tagli sulle Pensioni, ormai questa frase è diventata un ritornello su tutti i quotidiani, su tutti i siti ed in tutte le televisioni. La stangata sulle pensioni partorita dalla legge di Bilancio, tra nuova perequazione e contributo di solidarietà arriverà dopo le elezioni europee di domenica prossima. Se il taglio proveniente dal contributo di solidarietà interessa gli assegni d’oro, quelli sopra i 100.000 euro lordi all’anno, il nuovo sistema di indicizzazione delle pensioni rispetto al tasso di inflazione colpirà assegni molto più bassi.

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Il taglio delle pensioni d’oro colpisce la parte di pensione superiore a 100.000 euro lordi mentre il nuovo sistema causerà la restituzione di quanto i pensionati hanno percepito nei primi tre mesi dell’anno, quando l’Inps adeguò le pensioni al tasso di inflazione utilizzando il vecchio meccanismo perché il governo ha licenziato solo il 30 dicembre la legge di Bilancio. Ad aprile su tutte le pensioni superiori a 3 volte il minimo si è già registrata una perdita in termini di assegno pensionistico, proprio perché dal 1° aprile entrò in azione il nuovo sistema di indicizzazione.

La decorrenza della novità, così come del contributo di solidarietà per le pensioni d’oro è però attiva da gennaio. Uno studio della Uil ha messo in evidenza ciò che questi pensionati, tra ricalcolo della pensione e conguaglio, andranno a perdere per l’anno 2019.

Chi subirà il conguaglio a debito

Ricapitolando, a gennaio, febbraio e marzo i pensionati con assegni da circa 1.530 euro lordi hanno percepito una pensione maggiore di quella che hanno incassato ad aprile e la differenza è quanto andrà restituito all’Inps perché indebitamente percepito.

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Ecco perché il mese prossimo molti pensionati saranno chiamati al conguaglio, cioè avranno trattenute sulle pensioni pari ai soldi incassati in più. Si parte da assegni sopra tre volte il trattamento minimo che per il 2019 è fissato a 513,01 euro lordi. Le pensioni più basse invece non subiranno alcun conguaglio anche perché a gennaio hanno percepito la pensione giusta ed adeguata al 100% del tasso di inflazione pari all’1,1%, come previsto sia dal vecchio sistema di perequazione che dal nuovo.

Per rendere più semplice il calcolo occorre sottolineare che quando si parla di pensione a partire da 3 volte il minimo, cioè da 1.539,03 euro lordi, significa una pensione intorno a 1.200 euro netti.

Lo studio della Uil

Il nuovo sistema rivalutativo costa caro ai pensionati, così riporta il sito “ilgazzettino.it” che presenta i risultati dello studio della Uil. Si tratta di uno studio che di fatto denuncia gli effetti negativi che quanto previsto dalla legge di Bilancio sortirà sui pensionati.

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Già su un assegno pensionistico di poco superiore a 1.200 euro al mese (cioè sopra a 3 volte il minimo, ma con importo netto), si andrà a perdere circa 950 euro di pensione all’anno. Una perdita ingente di reddito e quindi di potere di acquisto per questi pensionati. Chi ci guadagna da questo cambio di sistema è naturalmente lo Stato che secondo la Uil risparmierà già nel 2019 qualcosa come 3,6 miliardi di euro che estesi al triennio significa un risparmio di ben 17,3 miliardi di euro.

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Gli effetti delle novità dell’attuale esecutivo si vanno ad aggiungere a quelli prodotti dalla legge Fornero e continuati per gli anni successivi. L’analisi del sindacato si spinge infatti a calcolare che su un assegno pensionistico che già nel 2011 era di 1.500 euro lordi al mese, tra blocco Fornero, mancato adeguamento e nuovo sistema oggi ha perso quasi 74 euro al mese. E gli effetti non finiranno a dicembre, perché le novità introdotte dall’ultima manovra saranno in piedi fino al 2021. A fine studio la Uil chiede al governo di porre un freno a questo prelievo perenne sui pensionati e di tornare alla piena indicizzazione delle pensioni come per quelle più basse, perché tutte le pensioni devono crescere di pari passo con l’aumento del costo della vita per non perdere potere di acquisto.

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