Lo scorso 27 gennaio ci fu un incontro tra governo e sindacati che servì per porre le basi per la riforma previdenziale da approntare nel 2020. Sono ancora fresche le dichiarazioni del Ministro Catalfo a margine di quel summit, quando dichiarò che entro settembre la riforma previdenziale doveva essere approntata. Una riforma che però verte tutta sull'applicazione del ricalcolo contributivo delle Pensioni. I futuri pensionati verrebbero pesantemente penalizzati se davvero le nuove misure che si andrà a varare, saranno basate sul calcolo integrale con il metodo contributivo. Questo è l'allarme lanciato dal quotidiano "Il Giornale" che parla di ricalcolo "da incubo".

Ecco che scenari appaiono all'orizzonte per le pensioni in base a quelle che vengono considerate le ipotesi più percorribili, cioè quota 102 e età pensionabile a 64 anni.

Tra pensione di garanzia e ricalcolo contributivo

Nel summit di cui parlavamo in premessa sono state fissate le date degli incontri di febbraio. Ogni incontro messo in agenda tratta in argomento specifico. Oggi 3 febbraio per esempio, nel pomeriggio è stato calendarizzato l'incontro sulle pensioni di garanzia dei giovani. Sarà il prossimo 11 febbraio il giorno utile a parlare di flessibilità in uscita e pensioni anticipate.

La cosa particolare è che oggi governo e sindacati affronteranno le problematiche di chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995, cioè i contributivi puri. Si tratta di soggetti che avranno nel sistema di calcolo contributivo quello utile al calcolo del loro assegno. Per evitare che questi lavoratori ricevano pensioni troppo basse proprio per via del calcolo contributivo, l'idea è di varare la famosa pensione di garanzia giovani.

L'ipotesi è quella che prevede una forma di copertura figurativa per i periodi di assenza di contribuzione per lavori discontinui o precari. Il paradosso è che se da un lato si ammette la gravosità del sistema contributivo per i giovani, per i quali si cerca una salvaguardia, dall'altro si pensa a sostituire quota 100 con misure a calcolo contributivo integrale.

I tagli sulle pensioni saranno imponenti

Nell'articolo del quotidiano diretto da Alessandro Sallusti, vengono prodotti esempi lampanti del taglio che i pensionati potrebbero essere costretti a subire. Prima di tutto c'è da considerare l'inasprimento dell'età pensionabile rispetto a quota 100. Quando questa misura cesserà di esistere, cioè il 31 dicembre 2021 (ma in seno alla maggioranza c'è chi vorrebbe chiudere l'esperienza il 31 dicembre 2020), verrebbe sostituita da quota 102. Questa è l'ipotesi che sembra più fattibile, che sarebbe identica a quota 100 come montante contributivo, ma verrebbe l'età minima di uscita passare da 62 a 64 anni.

Inoltre, la misura di pensione anticipata verrebbe impostata sul ricalcolo completo con il sistema contributivo. Non ci sarebbero più differenze di calcolo in base alle date di accredito dei contributi. Niente più sistema basato sugli stipendi e niente più metodo misto, in parte contributivo ed in parte retributivo. E così, per un pensionato con assegno mensile teorico da 1.400 euro al mese, se si utilizzasse solo il sistema contributivo, la pensione scenderebbe a 1.200 euro. 2.600 di perdita annua, più o meno quanto ci andrebbe a perdere un lavoratore che dopo 35 anni di contribuzione, a 62 anni di età, potrebbe aver diritto a 12.700 euro di pensione con il sistema misto, mentre ne otterrebbe 9.400 con il sistema contributivo.

Ma i tagli potrebbero essere più pesanti per chi ha molti anni di contribuzione potenzialmente da sistema misto, per i quali taglio arriverebbe al 30%.

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