Dal 1° gennaio 2026 gli assegni pensionistici saranno aumentati dell’1,4% per effetto del decreto del 19 novembre 2025 del Ministero dell’Economia, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28 novembre. Il provvedimento rende definitivo anche l’adeguamento allo 0,8% per il 2025, confermando che non sono dovuti conguagli sugli importi già erogati.

Per le pensioni minime il trattamento base 2025 di 603,40 euro sale a 611,85 euro con la sola perequazione ordinaria; sommando la rivalutazione straordinaria dell’1,3% prevista dalla scorsa legge di bilancio, l’importo può arrivare intorno a 619,8 euro, poco più dei 616,67 euro attualmente percepiti.

L’aumento effettivo per molti assegni minimi è quindi di circa 3 euro lordi al mese.

Intanto le pensioni di dicembre 2025 vengono pagate a inizio mese, con il consueto calendario scaglionato per gli uffici postali che effettuano il pagamento in contanti e l’accredito unico per chi riceve la somma su conto corrente.

Gli aumenti dal 1° gennaio 2026 fascia per fascia

Sul piano tecnico, l’adeguamento all’inflazione segue il meccanismo a scaglioni già in vigore: rivalutazione piena fino a quattro volte il trattamento minimo, pari a 603,40 euro nel 2025; rivalutazione al 90% del tasso per gli importi tra quattro e cinque volte il minimo; al 75% per gli assegni più elevati.

In pratica, una pensione lorda di 1.000 euro mensili sale a 1.014 euro, mentre un assegno da 1.500 euro arriva a circa 1.521 euro.

Su 2.000 euro lordi l’incremento è di 28 euro (fino a 2.028), e per 2.500 euro l’aumento si attesta intorno a 34,9 euro mensili. Per importi oltre le quattro volte il minimo il tasso effettivo si riduce all’1,26% tra quattro e cinque volte e all’1,05% per gli assegni più alti.

Per chi percepisce pensioni assistenziali o integrate al minimo, la combinazione tra rivalutazione ordinaria e incremento straordinario continua a garantire una tutela più ampia rispetto agli assegni contributivi puri, ma sempre nell’ordine di pochi euro al mese.

Minime, paradossi e critiche dei sindacati

Secondo le elaborazioni diffuse dal sindacato confederale, gli aumenti netti oscillano fra circa 3 e 17 euro mensili, a seconda dell’importo di partenza e del prelievo Irpef e delle addizionali locali.

I sindacati definiscono la perequazione «irrisoria» e sostengono che il meccanismo non recupera la perdita di potere d’acquisto accumulata con l’inflazione del biennio 2022-2023.

Una lettura critica riguarda anche il confronto tra trattamenti assistenziali, pensioni integrate al minimo e assegni contributivi di poco superiori alla no tax area, dove l’effetto combinato di esenzioni fiscali, maggiorazioni sociali e perequazione può portare alcuni beneficiari con 384 euro di base a incassare più di chi ha maturato una pensione di 692 euro, soggetta però a imposizione.

Il governo, dal canto suo, richiama i vincoli di finanza pubblica e la necessità di mantenere un quadro stabile per la spesa pensionistica, rinviando eventuali interventi strutturali alla discussione sulla prossima riforma del sistema e confermando per ora la scelta di una rivalutazione selettiva più favorevole agli assegni bassi.

Manovra, calendario e prospettive

Nel disegno di legge di bilancio per il 2026 non sono previste modifiche al meccanismo di perequazione: resta la rivalutazione automatica agganciata all’indice dei prezzi, senza nuovi bonus straordinari oltre a quello già fissato all’1,3% per le minime.

Per i pensionati, quindi, il passaggio tra la tredicesima di dicembre 2025 e il primo assegno del 2026 segna un incremento visibile solo a conti fatti sul cedolino, con aumenti modesti ma generalizzati e un sistema che continua a muoversi entro margini ristretti, tra protezione dei redditi più bassi e controllo della spesa complessiva.