In questi giorni si fa un gran parlare della lettera, inviata dall’Inps a circa 200 mila pensionati, con la quale si comunica che la quattordicesima pagata nel luglio 2009 non era in tutto o in parte dovuta e che quindi le somme indebite saranno recuperate in 12 rate direttamente sulla pensione.

Il presidente dell’Inps si è premurato di spiegare che l’Inps pagò le somme sul reddito presunto in attuazione di precise norme e che il ritardo degli accertamenti è dipeso dal fatto che “200 mila persone hanno presentato dichiarazioni sbagliate” che l’Inps ha potuto verificare  solo quando l’Agenzia delle Entrate ha reso disponibili i redditi consolidati. Quindi l’Inps si è trovata nella necessità di rivedere i provvedimenti assunti in tutti quei casi in cui il reddito consolidato superava la soglia stabilita dalla legge.

Ovviamente si è innalzato il solito polverone e si è concluso che il problema starebbe “in re ipsa”. Questa conclusione non convince, perché il solo constatare che l’Inps interviene dopo tre anni pone qualche interrogativo. La prima domanda è la seguente: in quali tempi l’Agenzia delle Entrate, come previsto dalla legge 14/2009, ha trasmesso all’Inps i dati delle dichiarazioni Irpef 2008 e 2009?

La seconda riflessione va fatta sulla qualità del servizio fornito all’Inps dai Caf per la raccolta e la trasmissione delle dichiarazioni reddituali. Nelle convenzioni, stipulate dall’Inps, si distingue tra dichiarazione reddituale autocertificata dal pensionato e dichiarazione reddituale controllata dal Caf, che prevede un compenso doppio rispetto alla prima.

Se in un’alta percentuale di casi i Caf attestano di aver effettuato il controllo, come mai non si sono accorti degli “errori” dei pensionati? Per quale motivo l’Inps paga il doppio le dichiarazioni controllate se non si concretizzano in un valore aggiunto concreto? Per le dichiarazioni errate, l’Inps ha provveduto a verificare la responsabilità dei Caf?

Per questi motivi non convince la tesi di chi sostiene che i Caf siano del tutto esenti da responsabilità. Soprattutto dubito che l’esternalizzazione del servizio abbia ricadute positive per le casse dello Stato (costava all’epoca circa 100 milioni di euro all’anno!).

Ma v’è dell’altro. L’Inps sostiene che è intervenuta in ritardo perché ha dovuto attendere l’invio dei redditi consolidati da parte della Agenzia delle Entrate.

È proprio così? Proviamo ad ipotizzare quali tipologie di reddito potevano essere già a conoscenza dell’Inps:

  • altra pensione erogata dall’Inps, quindi già conosciuta;
  • pensione erogata da altro Ente, a conoscenza dell’Inps che gestisce l’archivio nazionale di tutti i pensionati;
  • pensione di Organismo estero, l’Inps conosce il pro rata estero dei Paesi convenzionati, anche se non aggiornato;
  • redditi da lavoro dipendente, autonomo o parasubordinato, tutti presenti negli archivi contributivi Inps;
  • redditi da fabbricati o terreni, questi dovevano essere riscontrati dai Caf in tutte le dichiarazioni controllate.



L’Inps era anche in possesso dei dati delle dichiarazioni reddituali trasmessi dai Caf per i conguagli IRPEF sulle pensioni.

Quindi se l’Inps avesse utilizzato i dati in suo possesso in alcuni casi non avrebbe erogato la quattordicesima, in altri sarebbe potuta intervenire molto prima di tre anni. Tempo assolutamente inaccettabile per la certezza dei diritti.

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