Un rapporto sessuale tra sei ragazzi e una ragazza avvenuto nel 2008 poco fuori dalla Fortezza da Basso, a Firenze. La ragazza (all’epoca 23enne) denuncia lo stupro, il giudice di primo grado le dà ragione. Tutto però cambia in Corte d’Appello, dove i ragazzi (all’epoca di un’età compresa tra i 20 ed i 25 anni) vengono assolti con una sentenza che ha fatto molto discutere.

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Da un lato la ragazza che dichiara che ad essere giudicata è stata la sua vita privata non la vicenda in sé, dall’altro molti che si dichiarano scandalizzati per una sentenza che ha espresso dei meri giudizi morali sulla ragazza.

La sentenza che ha creato scandalo

I giudici hanno infatti dichiarato che "la giovane era presente a se stessa anche se probabilmente ubriaca, l'iniziativa di gruppo comunque non fu ostacolata", aggiungendo che “la vicenda è incresciosa e non encomiabile per nessuno”, ma, da un punto di vista giuridico, “penalmente non censurabile". Al di là di questo, la sentenza ha creato scalpore anche in virtù del fatto che i giudici hanno tenuto ad aggiungere che la vita della ragazza non era stata molto “lineare”, avendo lei avuto una convivenza, un rapporto omosessuale e due rapporti occasionali.

Principio valido per ogni tipo di processo
Principio valido per ogni tipo di processo

La decisione presa, però, è giuridicamente legittima

Ma arriviamo al dunque. I giudici non sono dei preti, non devono dare giudizi morali: legge e morale, ai nostri tempi, sono due insiemi che coincidono solo in parte. Il sistema giuridico italiano (e non solo) non mira a condannare i colpevoli, bensì a far si che non siano condannati degli innocenti. E’ proprio per questa ragione che nel dubbio si assolve sempre e che, per arrivare ad una condanna, gli imputati devono risultare colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio.

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I fatti in questione vedono una ragazza che forse era ubriaca (una Consulenza Tecnica tossicologica ha addirittura escluso che la ragazza lo fosse), che nel corso del processo si è contraddetta più volte (si consideri il semplice fatto che in primo grado gli imputati erano sette, il settimo ragazzo è stato assolto perché, nonostante la ragazza avesse dichiarato di ricordarlo bene, in realtà non era presente), che non presentava segni di stupro e che è possibile (non è stato provato nè questo nè il contrario) non ostacolò il tutto.

I giudici hanno ragione, la vicenda non è per nulla “encomiabile”. Di fronte ad un tribunale della morale sarebbero stati tutti condannati, già in sé un rapporto sessuale che vede sei uomini e una donna è una cosa per certi aspetti orribile e che fa rabbrividire, se poi si è trattato veramente di stupro allora non si può non provare un senso di nausea. Il problema però è esattamente questo, guardiamo la vicenda in modo oggettivo: “In dubbio pro reo” (nel dubbio si assolve) è un principio che vale anche per i casi di stupro.

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Ed è giusto sia così. Se in realtà di stupro non si fosse trattato, i ragazzi erano si moralmente colpevoli, hanno certamente mostrato talmente poca moralità e poco senso del pudore da fare schifo, ma per questo dovevano essere condannati? Per questo dovevano andare in prigione? Nessuno vuole assolutamente difendere a spada tratta i sei ragazzi, ma giuridicamente parlando i dubbi sono molti. Infatti, verità o meno, dal punto di vista giuridico la sentenza era corretta, tanto che non è stata impugnata. 

Non bisogna strumentalizzare la vicenda

Un’ultima annotazione.

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E’ stata organizzata una manifestazione di solidarietà e sui social sono partite molte campagne di sensibilizzazione contro gli stupri. Questa è un’ottima cosa e bisogna spingere affinchè se ne parli in continuazione (i casi di stupro o anche solo di violenza sulle donne sono migliaia ogni anno, un numero veramente abnorme e bisogna necessariamente intervenire). La vicenda presa ad esempio, però, come già spiegato, è quella sbagliata.

Bisogna puntare molto sulle campagne di sensibilizzazione ma non bisogna strumentalizzare né questa vicenda, nè questa sentenza: i giudici non potevano assolutamente prendere una decisione diversa.

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