Domenica sera, di fronte alla valanga di NO che hanno travolto la sua riforma costituzionale e, di conseguenza, il suo governo, Matteo Renzi ha avuto il coraggio di annunciare le dimissioni e di fare un passo indietro. Essere andato subito in TV per riconoscere la sconfitta è stato un gesto da leader di un paese che ogni tanto sembra normale. Renzi sa che quel NO è stato anche - forse soprattutto - un voto di sfiducia popolare contro di lui e contro il suo governo e ne ha preso atto.

Improbabile che si voti subito

Certo, ora la strada per lui è tutta in salita. Passata la paura di una bufera in borsa e sui mercati, appare improbabile che si torni presto alle urne, seppure invocate da più parti. Il fatto gravissimo di non aver previsto una legge elettorale anche per il Senato offre ora motivazioni sensate a quanti propongono un nuovo governo che rimedi a questo errore. L'Italicum non ha più senso di esistere, essendo stato pensato per funzionare in un contesto monocamerale e, ammesso che sopravviva in maniera autoapplicativa alla sentenza della Suprema Corte, garantirebbe una maggioranza per la Camera, ma non per il Senato, restituendoci una situazione molto simile a quella attuale, dove un partito, autonomo solo in un ramo del parlamento, è comunque costretto a larghe o piccole intese per governare.

Inoltre da domenica la nostra Carta ha preso nuovo vigore anche le sue figure istituzionali. Il Presidente Mattarella è più che mai il regista unico di questa fase delicata ed è probabile che affidi l'incarico a una personalità indicata dal PD che metta insieme un esecutivo basato sulla maggioranza attuale che porti alla scadenza naturale la legislatura. Si voterà in primavera, sì, ma in quella del 2018: perché la nuova legge elettorale non sarà mai pronta prima di Pasqua.

Votare subito si potrebbe, ma...

Un modo per andare a votare subito ci sarebbe, ma nessuno, né Renzi né, per esempio, i Cinque Stelle o la Lega, ovvero i partiti più propensi a indire elezioni al più presto, lo hanno proposto e questo lascia perplessi. Basterebbe infatti riesumare la legge elettorale in vigore prima del famigerato "porcellum", il cosiddetto "mattarellum", figlio a suo tempo dell'attuale inquilino del Quirinale, per andare al voto in tempi brevissimi.

Una legge bella e pronta, che ha già funzionato in passato, assolutamente costituzionale e che ha il pregio di garantire sia la governabilità che la rappresentanza delle minoranze essendo composta per il 75% da una quota di sistema maggioritario a collegi uninominali per l'altra di una componente proporzionale. Viene quindi il sospetto che anche chi chiede elezioni non le voglia davvero.

Fare un passo indietro

Tornando a Matteo Renzi, già nella prima Direzione del PD dopo il voto è apparso molto cambiato. Molto più nervoso, per niente disponibile a riconoscere davvero la sconfitta accettando una vero dibattito interno.

Le sue proposte sembrano studiate apposta per essere rifiutate. Abbiamo già detto perché non si può votare subito. Altrettanto bizzarro è chiedere alle opposizioni di entrare in un governo istituzionale proprio ora che ci troviamo già, di fatto, nella campagna elettorale delle prossime elezioni politiche. Ecco perché Matteo Renzi dovrebbe in queste ore essere fedele a quella parte di sé che aveva creato così tante aspettative in chi lo aveva visto come un politico diverso e innovativo.

Riconosciuta la sconfitta, egli dovrebbe lasciare la politica, tutta la politica, anche la segreteria del PD, almeno per un po'.

Fare un passo indietro reale, evidente, dimostrare nei fatti di non essere attaccato a nessuna poltrona. Solo se saprà lasciare la scena potrà avere in futuro qualche opportunità di essere rimpianto e magari richiamato a servire il Paese. Non è detto, mentre è abbastanza certo che se sceglierà di rimanere verrà senz'altro travolto da quelle opposizioni che hanno stravinto al Referendum e che sono ormai lanciatissime verso le prossime elezioni politiche.

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