Il 19 luglio corre l'anniversario di uno dei più grandi misteri dell'Italia a cavallo tra la fine della prima Repubblica e l'inizio della seconda: la morte del giudice Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta. 27 anni dopo la verità tarda ad arrivare per colpa di quel depistaggio messo in piedi dallo Stato italiano con il falso pentito Scarantino, istruito a suon di botte e, soprattutto, con la sparizione dell'agenda rossa nella quale Paolo appuntava tutte le sue intuizioni.

Tuttavia, dopo quasi 30 anni da quella bomba che ha cambiato per sempre Palermo, finalmente, si intravede un barlume di verità grazie al lavoro del pool di Palermo. La sentenza di primo grado sulla trattativa tra lo Stato e la mafia, infatti, mette nero su bianco che il dialogo sotterraneo tra gli esponenti delle istituzioni e Cosa Nostra avrebbe accelerato la morte di Borsellino 57 giorni dopo quella del suo migliore amico Falcone.

Paolo Borsellino, il giudice coraggioso

"E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuare a fare il nostro lavoro senza lasciarci condizionare dalla sensazione, o finanche vorrei dire dalla certezza, che tutto questo può costarci caro". In questa frase pronunciata dallo stesso Borsellino si capisce il significato della parola ''eroe'', perché per essere eroici si dovrebbe compiere un'impresa che lascia il segno, ma non c'è nulla di più eroico del sacrificare la propria vita per cercare di regalare un futuro migliore alle nuove generazioni, ''le più adatte a sentire il fresco profumo di libertà che fa ripudiare il puzzo del compromesso morale'', una delle più celebri frasi di Borsellino.

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Cronaca Nera

Purtroppo i 57 giorni tra la strage di Capaci e quella di via D'Amelio sono stati un vero incubo per Paolo, lasciato sempre più solo in una battaglia che invece avrebbe dovuto radunare le migliori forze del Paese. A memoria dello stato d'animo del magistrato nei suoi ultimi giorni di vita ci sono le parole di sua moglie Agnese: ''Non era amato assolutamente in procura mio marito. Mi accennò qualcosa sul fatto che ci fosse una trattativa tra lo Stato e la mafia, ma che durava da un bel po' di tempo.

Dopo la strage di Capaci mi disse che c'era un colloquio tra la mafia e alcuni pezzi deviati dello Stato. E sconvolto mi disse di avere visto la mafia in diretta e che il generale Subranni era punciutu (affiliato alla mafia ndr.)''.

La trattativa accelerò la sua morte

Dopo la storica sentenza del maxi processo che inflisse un durissimo colpo alla mafia, su Paolo Borsellino pendeva la condanna a morte voluta da Totò Riina e dalla cupola di cosa Nostra.

Tuttavia, le tempistiche di quell'attentato sono parse fin da subito molto dubbie. Qual era l'utilità di un'altra strage subito dopo l'omicidio di Falcone? A questa domanda si trova risposta nella sentenza di primo grado sul processo della trattativa stato mafia, nella quale si dice che Borsellino si oppose a quella trattativa scellerata e che con il suo carisma avrebbe potuto farla saltare. Questo accelerò la sua morte che non sarebbe avvenuta il 19 luglio del 1992.

27 anni dopo rimane indelebile il ricordo di un magistrato straordinario nella sua ordinarietà, un uomo che semplicemente voleva sconfiggere la mafia applicando la legge.

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