Turchia e Siria, Erdogan ed Assad, una guerra che non si è mai combattuta direttamente sul campo. C'era anche la mano di Ankara dietro la sedicente rivoluzione siriana, il cui fronte di opposizione al governo di Bashar al-Assad era composto in maggioranza da mercenari addestrati entro i confini turchi e milizie jihadiste di ispirazione qaedista. Il tentativo di rovesciare l'esecutivo di Damasco, 'sponsorizzato' dagli Stati Uniti, è praticamente naufragato nel 2015, nello stesso momento in cui la Russia è intervenuta direttamente nel conflitto risollevando le sorti di Assad.

Oggi gli ultimi 'rivoluzionari, i ribelli sunniti dell'esercito siriano libero e quello che resta dell'ex Fronte al-Nusra, la costola siriana di Al-Qaeda, sono asserragliati nella roccaforte di Idlib. Se cade quest'ultima, il controllo di Assad (e di Russia ed Iran) sarà totale sul Paese. Resta però da risolvere la situazione del Rojava, l'area curda autonoma che in questi giorni è minacciata dall'esercito turco.

Perché Damasco ha deciso di supportare i curdi contro la minaccia turca? E perché Vladimir Putin ha dato il suo assenso all'azione militare del fedele alleato? Entrambi oggi potrebbero aver visto l'occasione di mettere la parola fine alla cruenta guerra iniziata nel 2011 e di cogliere una vittoria, comunque inevitabile, in anticipo sui tempi previsti. La parte sconfitta? In realtà non è la Turchia, ma gli Stati Uniti.

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Cronaca Nera

Una guerra aperta tra Turchia e Siria non sembra ipotizzabile

La minaccia concreta, in questo momento, è quella di uno scontro diretto tra gli eserciti di Ankara e Damasco, cosa che non si è mai verificata dal 2011 ad oggi. La mossa di Assad e Putin è dunque un azzardo, ma il rischio fa parte di ogni strategia politica in tempi di guerra. In realtà a Damasco sanno bene di non poter sostenere un vero sforzo bellico contro la Turchia, ma la fortuna di Bashar al-Assad in questi anni è stata quella di avere amici potenti.

Recep Erdogan dal canto suo sostiene che l'intervento dell'esercito regolare siriano con il nulla osta della Russia non è un problema, in realtà è consapevole di non potersi spingere oltre perché il rischio è quello di uno scontro aperto con Mosca. In questo complicato Risiko, ognuno ha il suo vantaggio.

Assad entra nel Rojava senza sparare un colpo

Così l'appello delle milizie curde non è rimasto inascoltato.

Il ritiro delle truppe statunitensi consente all'esercito di Assad di entrare nel Rojava senza sparare un colpo, tra una popolazione che per anni lo ha visto come un nemico ed ora potrebbe essere pronta ad accoglierlo come un liberatore. Il liberatore in questione, in realtà, guarda con interesse anche e soprattutto ai vasti giacimenti petroliferi della zona finiti nelle mani dei curdi durante la loro avanzata verso Raqqa.

La presenza delle forze regolari siriane nell'area, inoltre, pone un freno alle ambizioni di Erdogan che, ufficialmente, vuole mettere in sicurezza i suoi confini, ma non è da escludere che cerchi anche di conquistare ampi territori siriani. Infine la citata roccaforte di Idlib che si trova nella zona nord-occidentale del Paese: la presenza dell'esercito nella zona potrebbe accelerare il progetto del governo di Damasco di espugnarla, con l'aiuto dell'aviazione russa.

Via gli USA, la Russia è pronta a sostituirli

Quale logica abbia dettato in questi anni le azioni sconsiderate di Donald Trump nelle questioni estere di Washington è una domanda che non trova risposta. Il ritiro delle truppe americane dal nord della Siria è una di quelle mosse inspiegabili, perché oltre ad aprire un fronte bellico ai danni di una popolazione che in questi anni ha fatto da braccio armato alle amministrazioni Obama e Trump contro l'Isis, fornisce un assist non indifferente alla Russia.

Putin ha dato il suo nulla osta all'intervento dell'esercito siriano, pur con il rischio di incrinare in qualche modo il costruttivo rapporto con Erdogan, perché punta a consolidare il ruolo della Russia come unica superpotenza presente militarmente nel Paese: Mosca ha già dato prova di indubbia capacità diplomatica nel dialogare con tutti, Putin è stato la mente organizzativa dei negoziati di Astana e con la fine della presenza americana in Siria anche l'ultimo tassello sta andando al posto giusto.

Chi vince e chi perde

Se questa analisi si rivelerà esatta, ma tutto lascia presagire che non siamo lontani dalla realtà dei fatti, allora la grande vittoria di Putin è molto vicina. La Russia si pone in posizione egemone nell'area, fortifica il potere di Assad permettendogli di 'bonificare' le ultime scorie della rivoluzione del 2011 ed è pronta a sedersi ancora al tavolo delle trattative. Il governo di Damasco conquista virtualmente un territorio importante, entrando di fatto nel Rojava. Inutile dire che l'esperimento democratico dell'area potrebbe essere a rischio, ma in questo momento dinanzi alla minaccia turca è il male minore: chiaro che le milizie curde avrebbero preferito il supporto occidentale a quello di Assad, ma oggi c'è il concreto rischio di perire dinanzi all'avanzata di Erdogan.

Ad uscire sconfitto da questo 'gioco di guerra' è certamente Donald Trump che perde qualunque tipo di pretesa nel martoriato Paese mediorientale e, nel contempo, offre anche all'Iran la possibilità di rafforzare la propria presenza nel nord della Siria. Quanto all'Unione Europea, un ruolo nello scacchiere siriano non lo ha mai avuto, salvo la presenza di forze speciali molto ridotte di numero che sono presenti in territorio curdo a fine di addestramento, uomini che sono destinati comunque a partire.

Infine Erdogan che, certamente, avrà comunque l'opportunità di rafforzare il 'cuscinetto' al confine con la Siria e si fermerà nel momento in cui avrà compreso che non può più andare avanti. A meno di scatenare una pericolosa guerra in campo aperto che andrebbe ben al di là degli attuali raid ed è un'ipotesi da considerare solo in presenza di insanità mentale: il 'sultano' di Ankara è tutto, tranne che un folle.

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