Si è appena conclusa la Settantesima edizione del Festival e, al netto delle qualità canore dei concorrenti, una variabile resta costante se non in crescita, il provincialismo imperante nel Belpaese. A far discutere non sono tanto le abilità canore e le scelte artistiche quanto gli abiti, i tatuaggi ecc. Impossibile da credere nel 2020, eppure accade. Achille Lauro, con la sua mise chiaramente inspirata a David Bowie - ancora di più nella serata di venerdì dove ha portato sul palco dell'Ariston Ziggy Stardust - ha fatto parlare di sé per tutta la settimana. Ci è riuscita, nonostante una sostanziale coerenza col personaggio, anche Elettra Lamborghini.

L'ereditiera emiliana, ha ancora una volta fatto parlare di sé per il suo lato B e per come l'avrebbe agitato (twerking ndr) che per il testo (?) o se proprio, sull'opportunità di partecipare o meno.

Un profluvio di cinguettii, un mare di stories, cambiano i mezzi ma la sostanza è identica. Nulla di sostanzialmente diverso da quando cinquanta o sessant'anni fa il festival andava in onda sul "primo canale" - e in tutto credo non ne avessero più di due o tre - e per tutta la durata della kermesse non si parlava d'altro.

Nella Settantesima edizione si crea attenzione ancora con l'abbigliamento provocatorio

Negli anni '20 del ventunesimo secolo c'è chi ancora sente il bisogno di farsi notare attraverso gli abiti per poi pontificare quanto assurdo sia interrogarsi sulla sessualità altrui in base al modo di vestirsi.Tutto giusto, ma in Inghilterra accadeva cinquant'anni fa.

Adesso, invero, a preoccupare è il ricorso a questi espedienti per attirare l'attenzione su di sé o sul Festival. La responsabilità non è tanto da attribuire a chi utilizza questi mezzi per alzare il tiro, ma agli italiani che ancora trasecolano e commentano tutto quel che vedono con la stessa apertura mentale delle "comari d'un paesino - S.Ilario ndr" citate da De Andrè in Bocca di rosa nel lontano '67."L'invettiva", adesso circola sui social ma i contenuti sono ancora gli stessi.A far riflettere sarebbero persino i nomi con cui gli artisti si sono presentati - in forma di gruppo - alla settant'esima edizione del Festival della città dei fiori.

"Pinguini tattici nucleari" Il gruppo indie - classificatosi terzo - è in attività già da quasi un decennio e pare debba il suo nome alla bevanda prodotta da un birrificio scozzese.Una birra che pare raggiungere i 32 gradi, ma al di là di ciò resta un enorme no sense che vuole impressionare proprio con l'utilizzo del termine nucleare accostato ai pacifici pennuti che popolano l'Antartide.

Che lo abbiano fatto per primi gli scozzesi per vendere qualche pinta in più poco cambia. E' davvero necessario per il gruppo indie bergamasco chiamarsi così per destare curiosità e interesse? Non siamo (più) negli anni della reciproca deterrenza, la catastrofe di Chernobyl è accaduta 30 anni fa, lo scenario postnucleare non disturba più i sonni di nessuno (o quasi) e viviamo, a livello mondiale, nel multipolarismo compiuto. Ad onor del vero va precisato che il nome della band pare non piaccia nemmeno ad alcuni dei componenti della stessa. Ma resta un espediente per risultare "simpatici" o curiosi (?).

Un mare di polemiche

Non dimentichiamoci di tutte le polemiche più o meno create ad arte e più o meno stucchevoli che hanno preceduto il settantesimo festival della canzone italiana.

Junior Cally: la sua presenza ha fatto straparlare letteralmente chiunque. Passi il "popolo del web" ma che a scomodarsi sia stato anche Marcello Foa è davvero allarmante. C'era chi addirittura voleva la sua sua testa - figurativamente parlando - chiedendone l'eliminazione. La colpa dell'artista campano? Alcuni dei testi nel suo repertorio, sarebbero stati giudicati sessisti e violenti. Alla fine il battage mediatico ha regalato tanta e insperata visibilità al cantante che ha poi realizzato una performance opaca sul palco dell'Ariston.

Il sessismo, la "battaglia senza quartiere" di un paese bigotto. Dalla presenza di Rula Jebreal che ha fatto scomodare Salvini, alle polemiche - post femministe - sulle donne che avrebbero presentato e accompagnato gli artisti.

Amadeus alla gogna per una battuta infelice è la cartina tornasole di un paese che cerca a tutti i costi di spacciarsi per quello che non è. Posto che nel jet-set mondiale le donne avvenenti restano e presumibilmente resteranno le favorite ancora per tantissimo tempo, la levata di scudi contro il presentatore sa tanto di bigottismo malcelato.

Il Festival di Sanremo, e la tv più in generale, non sono il luogo adatto per le battaglie di genere. Lo hanno capito tutti, tranne gli italiani pantofolai che strabuzzano gli occhi per la Leotta o la Lamborghini che 'twerka'.

Un paese realmente emancipato certi discorsi, certe battaglie, certe convinzioni le ha già superate, digerite e fatte sue. Non dovrebbe certo essere utile l'intervento del fratello di Diletta Leotta - chirurgo estetico ndr -per precisare se sua sorella è rifatta o "nature".

Banalmente sono fatti suoi, e non dovrebbero riguardare ma soprattutto interessare a nessuno. Il pettegolezzo morboso attorno a questi argomenti assolutamente irrilevanti, dà l'idea del livello di maturità e di emancipazione diffusi nel Belpaese quanto un trattato di sociologia.

Ha vinto Dio(lo)dato, sugli scudi anche uno dei due "sovranisti" - Gabbani ndr - mentre soltanto ottavo Achille Lauro con la sua "Me ne frego" che nulla ha a che spartire col motto del ventennio. Momento storico che - guarda caso - sta per compiere un secolo.

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