Di solito ci si alza presto e si prepara un trolley per andare in vacanza. Per fare un viaggio di lavoro. Per fare un week-end al mare. Per passare qualche giornata piacevole con le amiche alle terme. Nel 2022 dovrebbe essere così. Spensieratezza e attesa di qualcosa di magnifico, qualcosa di meraviglioso: nuove conoscenze, nuovi incontri, nuove emozioni. Mentre brindavi a mezzanotte festeggiando il nuovo anno non avresti mai immaginato che fra un paio di mesi dovrai preparare un trolley per andare al campo profughi al confine polacco a prendere tua madre. Sfinita, abbattuta, reduce dei bombardamenti incessanti e del terrore infinito.

Mentre proseguo verso Udine mi vengono in mente le parole che mi disse una volta mia nonna: “Vuoi far ridere il Signore?

Raccontagli dei tuoi piani”. Già. Di sicuro affrontare una guerra, anche a distanza, con il cuore e la mente a duemila chilometri da Milano non faceva parte dei miei piani di questa primavera.

Attraversare tre confini per toccare con mano la sofferenza

Attraversare tre confini per toccare con una mano la sofferenza umana, guardare negli occhi spaventati e pieni di lacrime, cercare le parole giuste e non poterle pronunciare, non avere forze di esprimere la tua compassione, le parole sembrano inutili, di poco valore, insignificanti.

Siamo appesi ad un filo sottilissimo, andiamo a letto sicuri di alzarci al mattino e di seguire la nostra routine quotidiana, di certo non ci aspettiamo di essere svegliati nel cuore della notte e sentire la voce tremante della mamma che ti dice: “Ci stanno bombardando, ovunque, suonano le sirene. Siamo invasi dai russi”.

Potrebbero passare dieci, venti, quarant’anni, ma sono certa che mi si gelerà il cuore ogni volta che ci penserò, com’è successo quella notte del 24 febbraio appena ho sentito la voce della mamma.

Ci sono le cose che rimangono per sempre, le cicatrici che non riesci mai ad eliminare, le ferite che non potranno mai guarire. E non vuoi che guariscano, non vuoi dimenticare. Dimenticando puoi cadere nuovamente nella stessa trappola. Non si può, non più. La vita, ormai per sempre è stata divisa tra il “prima” e il “dopo”.

Mi sono accorta che ormai dico: “Tempo fa, prima della guerra”, sembra che sia passato un secolo, tale intensità ha assunto la mia vita, tale concentrazione è entrata nella mia quotidianità. Sono passate poco più di due settimane. Due secoli. Come fai a misurare il dolore con il tempo? Che unità di misura dovresti usare?

Le bandiere di un Ucraina che non esiste più

Passando per l’Austria e successivamente entrando in Slovacchia ovunque noti i colori gialli e blu, i colori della bandiera ucraina: sui ponti, sui pali della luce, sui piccoli bar e minimarket. Ti scaldano il cuore. Ti fanno sentire a casa ovunque tu vada. Ti fanno sentire benvenuta.

Dodici ore di viaggio, tanti pensieri, troppi. Sembra di vivere in una realtà parallela, sembra di guardare un film.

Vuoi che tutto questo sia un brutto sogno, speri di svegliarti e fare un sospiro di sollievo. Chiudi gli occhi più e più volte e poi li apri, ma non cambia nulla: la strada, ormai buia, macchina, navigatore, la campagna polacca, piccole case che assomigliano così tanto alle case ucraine, sembra di essere da qualche parte in Ucraina, quella Ucraina di due settimane fa: senza bombe, senza vittime, senza fiumi di lacrime, senza pianti dei bambini, senza dolore. Dove le città, le grandi città europee, vivono, respirano, amano, dove i bambini vanno a scuola, dove gli studenti fanno gli aperitivi, ascoltano la musica, vanno al teatro, dove pianifichi la prossima settimana, il prossimo mese, la prossima vacanza.

Arrivi. Sono tanti, troppi, un fiume di gente che non si ferma. Ti sembra di finire sul set cinematografico dove stanno facendo le riprese di un progetto che racconta della Seconda guerra mondiale. Si, giusto, proprio la Seconda guerra mondiale, perché tutto questo non può succedere nel 2022. Oppure può? La gente che arriva nella maggior parte dai territori dell’est del paese o dalla capitale, Kiev. Dalle città che vengono bombardate ininterrottamente dalle forze militari russe. Dalle cittadine e dai villaggi che non esistono più, rase al suolo dai russi. Fa freddo, -4°C, ma molti hanno addosso i vestiti leggeri e le ciabatte, tengono in braccio i bambini piccoli, avvolti negli accappatoi o nelle coperte.

“Eravamo da quattro giorni nel rifugio antiaerei”, sento parlare al telefono una giovane donna, “per quattro giorni non abbiamo visto la luce. Poi hanno detto che ci sarebbe stata la possibilità di essere evacuati, sapevo che fosse troppo rischioso, perché i russi bombardano i corridoi umanitari, non mantengono mai la parola, ma ci abbiamo provato. Siamo arrivati così, come eravamo vestiti”.

‘Finalmente vedi la mamma’

Molti stringono al petto l’unica cosa rimasta: una borsetta con i documenti, che contiene qualche spicciolo, ma con un’altra mano tengono al guinzaglio il proprio cane. “Come potevo lasciarlo?” chiede tra le lacrime una signora anziana, “questo cane ha visto nascere i miei nipoti, fa parte della famiglia, lui è tutto quello che mi è rimasto”.

Ti giri e vedi i trasportini ovunque: gatti, cani, persino qualche coniglio. La gente non ha nulla, ha perso tutto, ma lasciare in mezzo alla strada gli amici pelosi è un’opzione che non viene mai presa in considerazione, viene subito scartata.

Mamma. Finalmente vedi la mamma. Quasi quasi non la riconosci. Ma l’ho vista giusto un mese fa! Come fa una persona a cambiarsi così in un solo mese? Come fa una guerra a cambiare una persona così in sole due settimane? Lacrime, lacrime. “Kiev viene bombardata tutti i giorni, dal primo giorno”, racconta “certo, la situazione non è paragonabile a quella di Mariupol o a quella di Chernihiv o Kharkiv, là ormai è in corso un genocidio organizzato da Putin”.

“Uscire da quella parte del paese diventa sempre più difficile”, racconta Anna, la sua compagna di viaggio, “i russi che sono riusciti ad avvicinarsi alle strade principali, sparano contro le macchine, contro i civili. Hai sentito, - giusto ieri è stata uccisa un’intera famiglia, madre, padre e due figli che viaggiavano su una macchina partiti da una delle cittadine che si trovano nei sobborghi di Kiev. Tutti morti, tutti” Si, ho sentito. Ho visto persino le foto. L’era digitale, tutto si fotografa, tutto si registra. Tutto si documenta. Per ricordare, per non dimenticare.

Scappare dalla guerra

“Ormai c’è gente a Kiev che vive perennemente nelle stazioni della metropolitana, sono persone provenienti dalle cittadine completamente distrutte, Irpin’, Bucha, Vyshgorod, Brovary.

Molti hanno perso la casa, vivono nei vagoni sottoterra”, racconta Valentina, madre di Anna, una signora di 68 anni, doppiamente sfortunata. Doppiamente perché nel 2014 è riuscita a scappare da Luhans’k, occupata dai militanti russi, che successivamente l’hanno fatta diventare la capitale della repubblica fantoccio chiamata LNR. Valentina ha lasciato tutto e si è trasferita a Kiev. Ha potuto godere sette anni di tranquillità, ha fatto nuove conoscenze e nuove amicizie, ha ricominciato la vita daccapo per poi dover scappare nuovamente, questa volta da Kiev. “Questo è stato un lungo viaggio. Abbiamo dovuto fare le vie secondarie per stare più lontano possibile dalle strade principali per non incontrare i russi, o, peggio ancora, i ceceni di Kadyrov.

Siamo arrivate a Lviv, e poi ci abbiamo messo nove ore per fare 300 metri e attraversare il confine con la Polonia. Sempre in piedi, al freddo”.

Alexandra, la nipote tredicenne di Valentina e figlia di Anna, non si stacca mai dal cellulare. “Sto chattando con i miei compagni di classe” risponde, “per sapere dove sono e se sono tutti vivi e salvi”. “All’appello manca una ragazza, lei con la sua famiglia vive a Bucha. Sai, vero, che Bucha non esiste più? L’80% delle case è completamente distrutto. La Russia li ha bombardati per quattro giorni interi. La ragazza non risponde ai messaggi. A dir il vero, i messaggi risultano non consegnati. Magari lei non c’è più. Ma noi non molliamo, le scriviamo, le continuiamo a scrivere”

La chiedo se le manca la scuola.

“Tantissimo”, risponde. “Anche perché a settembre dovrei iniziare le superiori. Mi piace tanto la matematica e la geometria. Spero proprio che la guerra finisca presto, che l’Ucraina vinca e io possa tornare a casa. Non voglio vivere all’estero.”

Sono tanti, sono troppi così, come loro, quelli che sperano di tornare a casa presto e abbracciare mariti, padri, figli.

Secondo le stime dell’Alto commissario ONU per i rifugiati, il numero dei profughi dall’Ucraina ha raggiunto quota di 2,5 milioni. Altri due milioni risultano sfollati all’interno del paese. Una simile emergenza non si vedeva in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale.