Sui social media, specialmente su TikTok, nel mese di ottobre sono diventati virali i video incentrati sul presunto “scoppio” del terzo conflitto mondiale, che sarebbe dovuto avvenire il 3 novembre 2025. Ma andiamo con ordine. Tutto nasce da una simulazione pianificata, nel "lontano" 2016, dal generale inglese Richard Shirreff, ora in congedo, all'epoca comandante del Comando Supremo NATO in Europa (SACEUR). Il militare non aveva fatto altro che predisporre i piani di contingenza per quello che potrebbe essere lo scenario peggiore per la NATO, ovvero uno scontro militare convenzionale con l’antagonista storico – ma anche attuale – dell’Alleanza: la Federazione Russa.

Solo che nove anni fa questo disegno poteva sembrare fantascientifico – al netto dell’occupazione russa della Crimea da parte degli “omini verdi”, ovvero gli appartenenti alle forze armate della Federazione senza mostrine né bandiere – mentre oggi mostra tutta la sua drammatica attualità. Gli sconfinamenti dei Mig nei cieli baltici, i droni comparsi in Polonia e su molti aeroporti europei rendono quanto mai attuale la simulazione di Shirreff. Ma no, il 3 novembre scorso non è scoppiata la terza guerra mondiale, anche se gli ultimi sviluppi dal fronte vedono un’accelerata dell’offensiva russa, coi militari che entrano a Pokrovsk aiutati dalla nebbia.

La bufala della terza guerra mondiale al via il 3 novembre

Com’è stato possibile allora che questa bufala abbia avuto un’eco così grande, ingannando tantissimi utenti del web? La “colpa”, se di colpa si tratta, è di Internet. Ovvero di ciò che ormai è diventato Internet: in tanti casi il canale privilegiato per informarsi (se non l’unico) e quindi lo strumento più efficace per condizionare il nostro modo di pensare. Ecco perché un’informazione che, a primo acchito, a una mente ragionevole e razionale poteva sembrare per quello che era – ovvero irrealistica e fantasiosa – per molte persone è sembrata reale e quanto mai spaventosa, anche perché attinente al periodo di instabilità geopolitica che stiamo vivendo dal febbraio 2022, ovvero dall’invasione russa dell’Ucraina.

Informazione fantasiosa, da un lato, perché una guerra non può scoppiare come se si trattasse di una profezia di Nostradamus, predetta anni prima da un generale.

Ma al contempo uno scenario iperrealistico, per il quale gli stati maggiori delle forze armate atlantiche, alla luce di quanto accaduto tre anni e mezzo fa, si stanno preparando da tempo. Ai tempi della Guerra Fredda, lo scontro fra le unità corazzate della NATO e del Patto di Varsavia sarebbe avvenuto verosimilmente presso il “Fulda Gap”; oggi questo scontro si sposterebbe verso il corridoio di Suwałki, che collegherebbe Kaliningrad, exclave russa, con la Bielorussia, principale alleato di Putin. È normale, pertanto, che l’attenzione degli schieramenti sia concentrata in quell’area geografica dove, nel malaugurato caso di un conflitto “convenzionale”, si giocherebbero i destini del futuro assetto europeo e mondiale.

Una casa piena di dinamite

Fin qui si tratta solo di wargame, ma la guerra “guerreggiata” sul suolo europeo c’è, e neanche troppo distante. In Ucraina, infatti, i combattimenti continuano, anche con una certa recrudescenza, in quanto i russi vogliono arrivare al tavolo delle trattative con il mazzo di carte più solido e forte. La seconda amministrazione Trump, che a onore del vero ha cercato sin da subito di lavorare per trovare un’intesa (in qualche caso in modo maldestro), di fronte agli sfacciati “niet” russi celati da buone intenzioni, ha deciso di riprendere i test nucleari, alimentando i timori e le paure dei comuni cittadini. Ma cosa sono questi test? In realtà si testerebbero i sistemi di lancio delle armi nucleari — aerei, missili, sottomarini — per verificarne la capacità di trasporto, che non prevedono vere testate nucleari, ma solo carichi fittizi.

La notizia, però, è rimbalzata subito sui media di tutto il mondo. Il 24 ottobre è stata rilasciata la produzione Netflix A House of Dynamite, un film girato dalla famosa regista Kathryn Bigelow, che narra il flusso temporale che intercorrerebbe fra la rilevazione del lancio di un missile ICBM (missile balistico intercontinentale) nordcoreano e la sua deflagrazione sull’obiettivo (in quel caso, Chicago). La pellicola, ma anche l’accuratissimo libro Guerra nucleare di Annie Jacobsen, spiegano che in caso di conflitto nucleare nessuno è al sicuro, tantomeno gli USA, nonostante la spesa di centinaia di miliardi di dollari in sistemi d’arma per rilevare e intercettare ordigni nucleari.

Azione e reazione

La Difesa americana, infatti, può contare su un efficacissimo sistema di sorveglianza e rilevamento basato su radar e satelliti, grazie ai quali si può scoprire un missile nemico al momento del lancio, monitorandone l’ascesa. La nota dolente arriva quando il bersaglio avversario dev’essere intercettato e neutralizzato. Le forze armate statunitensi dispongono infatti soltanto di 40 missili intercettori, dislocati per lo più in Alaska, mentre altri 4 si trovano in California, presso la Vandenberg Space Force Base, a fronte di un arsenale nucleare russo che comprende migliaia di vettori, uno cinese di circa 400 e uno nordcoreano di almeno 80. In più, le probabilità che un missile intercettore — in gergo GBI (Ground-Based Interceptor) — colpisca il bersaglio sono del 60% (inizialmente erano del 40%), sebbene il Pentagono, nell’ultima settimana, abbia dichiarato che gli intercettori hanno il 100% di probabilità di successo (ottimismo sul quale molti esperti del settore militare esprimono forti dubbi).

Comunque sia, in un ipotetico conflitto nucleare, gli americani si troverebbero presto allo scoperto, disponendo di scorte limitatissime di questo strumento costoso.

La massima deterrenza di un conflitto nucleare si basa sul fatto che, se scoppiasse, la distruzione sarebbe reciproca (MAD: distruzione mutua assicurata). Se però un folle nella stanza dei bottoni — facciamo per esempio a Pyongyang — decidesse di tentare il tutto per tutto, lanciando un attacco nucleare, anche ridotto, sul suolo americano, potrebbe avere successo. Subito dopo si metterebbe in moto il meccanismo della reazione americana, che potrebbe però innescare una spirale di distruzione incontrollabile. Infatti, qualora gli USA decidessero di rispondere all’attacco, lancerebbero in risposta i propri vettori che, per colpire il suolo nordcoreano, dovrebbero sorvolare la Russia e, se non si potesse dare avviso ai vertici della Federazione del lancio, questi potrebbero pensare a un attacco preventivo, scatenando a loro volta il proprio potenziale di distruzione di massa. E allora sì, che il panico avrebbe ragione di scatenarsi.