L'alto commissario delle Nazioni Unite Zeid Ra'ad a Ginevra denuncia nuovamente ciò che sta accadendo in Birmania dichiarando che le operazioni militari portate avanti dal governo "appaiono come un chiaro esempio di pulizia etnica": probabilmente tali repressioni sono dovute alle recenti ribellioni dei Rohingya avvenute il 25 agosto contro la polizia.

Ormai da anni vengono denunciate le violazioni del governo militare Birmano nei confronti dei Rohingya, ma anche di altre minoranze religiose e per questo la nazione ha subito diverse sanzioni a livello internazionale.

Nonostante ciò, si continua sulla strada della repressione non permettendo nemmeno agli osservatori ONU di entrare nel paese per effettuare verifiche: proprio per questo Zeid afferma che "Il governo birmano deve fermare subito questa crudele operazione militare, sproporzionata e irrispettosa del diritto internazionale".

Questa crisi umanitaria sembra andare avanti da mesi: secondo i calcoli dell'Onu sembrano essere oramai oltre 270.000 i profughi che cercano asilo politico nei paesi confinanti come Bangladesh o Thailandia per sfuggire all'esercito del Myanmar. I racconti dei superstiti lasciano senza parole: sembra che vengano incendiati interi villaggi e che siano state posizionate mine affinché non facciano ritorno.

I Rohingya

Da alcuni definiti come "una delle minoranze più perseguitate al mondo" i Rohingya sono un gruppo etnico di religione mussulmana che dal 1982 subisce le angherie del governo militare Birmano che non gli permette di ottenere la cittadinanza, di possedere terreni o li obbliga ad avere un permesso speciale per poter viaggiare: oltre a questo sono obbligati a firmare un impegno che non permette loro di avere più di due figli.

Secondo Amnesty International subiscono violazioni dal 1972 e per questo motivo molti cercano di fuggire verso il Bangladesh, paese mussulmano disposto ad accoglierli o verso la Thailandia che ospita numerosi campi profughi sul confine.

L'appoggio internazionale a favore dei Rohingya

Le autorità internazionali si schierano contro il governo birmano: Papa Francesco ad agosto aveva parlato di salvare i Rohingya perseguitati, il Dalai Lama ha affermato che "quella gente che sta attaccando alcuni musulmani, dovrebbe ricordare che Buddha in simili circostanze avrebbe senza alcun dubbio aiutato quei poveri musulmani.

Per questo provo tanta, tanta tristezza"; la Birmania è infatti un paese multi-religioso, ma a maggioranza buddista.

Ad esprimere il loro dissenso contro tali persecuzioni sono numerosi premi Nobel per la Pace che, oltre che contro il governo, rivolgono le loro critiche anche al leader del Myanmar Aung San Suu Kyi che vinse il nobel per la Pace nel 1991.

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