Il 19 luglio scorso, giorno del 26esimo anniversario della strage di via D’Amelio, dove persero la vita il magistrato Paolo Borsellino e i membri della sua scorta, i giudici della corte d’Assise di Palermo hanno depositato le motivazioni della sentenza del processo sulla trattativa Stato-mafia. Un provvedimento di 5252 pagine nel quale, tra le altre cose, vengono ricostruiti i tragici fatti del biennio 1992-94, vengono spiegati i motivi della condanna a 12 anni inflitta a Marcello Dell’Utri e viene determinato in maniera ancor più particolareggiata il ruolo ricoperto da Silvio Berlusconi che, secondo l’accusa, avrebbe continuato a pagare Cosa Nostra anche dopo la sua discesa in campo politica e l’arrivo a Palazzo Chigi nel 1994.

Dell’Utri intermediario tra Berlusconi e la mafia

Che Marcello Dell’Utri avesse svolto la parte di “cinghia di trasmissione” tra il capo di Mediaset e Cosa Nostra siciliana era risaputo, visto che l’ex responsabile di Publitalia era già stato condannato e arrestato (ora si trova agli arresti domiciliari per motivi di salute) per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma le motivazioni della sentenza sulla trattativa stato-mafia, depositate ieri, aprono un nuovo squarcio sui torbidi rapporti intercorsi tra il tycoon meneghino, il suo braccio destro e i picciotti palermitani.

Secondo i giudici della corte d’Assise, infatti, Silvio Berlusconi avrebbe continuato a pagare il pizzo alla mafia anche nel 1994, quando era già diventato premier.

Soldi a Cosa Nostra fino alla fine del 1994

Uomo chiave della trattativa, scrivono i magistrati, era naturalmente Dell’Utri, condannato per minaccia a corpo politico dello Stato perché ritenuto al corrente della minaccia stragista mafiosa se lo Stato non avesse adottato provvedimenti legislativi favorevoli agli Uomini d’Onore.

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Silvio Berlusconi

Secondo Alfredo Montalto e gli altri giudici della corte, sussisterebbero “ragioni logico-fattuali” che eliminerebbero ogni dubbio sul fatto che Berlusconi fosse tenuto informato da Dell’Utri delle richieste di Cosa Nostra. Le prove di trasferimenti di forti somme di denaro da Milano a Palermo fino al 1992 erano già state fornite in precedenti sentenze, ma la novità giudiziaria risiede nel fatto che questo enorme flusso di soldi sarebbe proseguito “almeno fino al dicembre 1994”, quando le stragi di Falcone, Borsellino, Milano e Firenze erano già avvenute.

Il ruolo di Di Natale e Mangano

Le prove del coinvolgimento berlusconiano risiederebbero, secondo i giudici, nelle parole di un pentito, Giusto Di Natale, appartenente alla famiglia di Resuttana. Di Natale sarebbe stato il contabile di Cosa Nostra a quei tempi e avrebbe raccontato di soldi ricevuti da u sirpiente (il serpente in siciliano), parola utilizzata per identificare il capo del Biscione, simbolo di Fininvest/Mediaset, fino alla fine del 1994.

Stando alle motivazioni della sentenza, poi, anche il famigerato ‘stalliere di Arcore’, il mafioso Vittorio Mangano, sarebbe rimasto in stretti rapporti con Dell’Utri anche dopo la conquista di Palazzo Chigi da parte di Forza Italia. Prova inequivocabile, scrivono i giudici, che Berlusconi fosse informato delle richieste mafiose di cui Mangano era il portavoce. Lo stesso stalliere, inoltre, sarebbe stato messo a conoscenza “in anteprima’” di alcune leggi che avrebbero dovuto favorire i boss come la modifica della 416bis sulla custodia cautelare in carcere dei mafiosi.

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