Prima l'intenzione di eliminare l'Ordine dei giornalisti, poi l'accusa ai media di essere avversi al governo, ora l'attacco al Gruppo Gedi. Negli ultimi giorni, il vicepremier Luigi Di Maio ha compiuto un vero e proprio affronto alla stampa e a chi lavora nell'informazione. Un'escalation di dichiarazioni, che ha portato giornalisti e intellettuali a criticare aspramente il suo atteggiamento.

La Repubblica e L'Espresso: continueremo a raccontare la verità

Ad essere finiti nel mirino, quest'ultima volta, sono La Repubblica e L'Espresso.

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Sabato, in un video, Di Maio ha affermato che ''per fortuna tanti cittadini si stanno vaccinando dalle fake news, tanto è vero che stanno morendo parecchi giornali, tra cui quelli del Gruppo L'Espresso. Stanno addirittura avviando dei processi di esuberi al loro interno perché nessuno li legge più, perché ogni giorno passano il tempo ad alterare la realtà e non a raccontare la realtà''. Il giorno dopo, un'altra provocazione: ''Noi siamo qui con le piazze piene, loro continuano a perdere lettori'', rincarata da ''è arrivato il momento di fare una legge contro il conflitto di interessi in editoria".

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Per tutta risposta, con un comunicato, il cdr del Gruppo Gedi ha assicurato che ''le sue testate non moriranno e continueranno a raccontare la verità, soprattutto quando è scomoda per il potente di turno". Il presidente Marco De Benedetti e il direttore di Repubblica Mario Calabresi precisano anche che l'onorevole si sta riferendo al gruppo editoriale più letto del Paese, che è solido e di certo ''non sta morendo''.

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A supporto di La Repubblica si sono schieranti anche alcuni dei maggiori quotidiani nazionali. A colpi d'editoriale La Stampa, il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano e Il Sole 24 Ore hanno espresso la loro solidarietà alla testata, uniti dalla convinzione che il ministro non possa liquidare a fake news le notizie che non gli fanno onore.

Le reazioni di giornalisti e scrittori

Enrico Mentana commenta la vicenda scrivendo che ''le parole di Di Maio sull'informazione sono un'offesa ribalda e ingiustificabile.

Ed è gravissimo che a pronunciarle sia stato il leader della principale forza parlamentare italiana, vicepremier e ministro del Lavoro e dello sviluppo economico. Esiste una cosa che si chiama rispetto per chi lavora, e allarma che a irriderla sia chi il lavoro dovrebbe tutelarlo''. Dura anche l'analisi di Roberto Saviano: ''Luigi Di Maio ha parlato, con malcelata soddisfazione, di possibili chiusure di giornali.

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E' un pericoloso ignorante. In Di Maio l’ambizione ha del tutto sovvertito ogni scala di valori. [...] Le sue parole suonano come un sinistro avvertimento a chi sa che il proprio dovere è la critica del Potere, soprattutto quando questo si autoproclama interprete dello 'spirito del popolo' ''. Un altro breve commento arriva da Luca Talese, il quale sostiene che ''Bisogna spiegare a Di Maio che nessun giornale deve “morire”, nemmeno quello che è più distante da lui''.

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Tommaso Labate, invece, confida nella resistenza che la stampa ha dimostrato fino ad oggi: ''I giornali sopravviveranno a Di Maio. Come sono sopravvissuti a tutti quelli che prima di Di Maio hanno detto o pensato le cose che dice e pensa Di Maio dei giornali''. Alessandro Barbera rispedisce le accuse al mittente: ''Di fake news ne riportiamo sin troppe, ma non sono opera nostra''. Infine, Vittorio Feltri sfodera la sua tipica sfrontatezza lessicale per aggiungere che ''è normale che Di Maio auspichi la morte dei giornali. Un ministro del lavoro che non ha mai lavorato non può che odiare ogni mestiere''.

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