Sudan, giovedì 11 aprile: dopo trent’anni di potere, un colpo di Stato militare ha deposto il dittatore Omar al-Bashir. Nella capitale Karthoum una quarantina di veicoli militari hanno circondato e sono entrati nel palazzo presidenziale, poi hanno preso il controllo dell'emittente radiotelevisiva di Stato. L'azione è scattata dopo che da cinque giorni migliaia di sudanesi protestavano davanti al quartier generale delle forze armate contro la triplicazione del costo del pane e chiedendo un cambiamento radicale alla guida del Paese.

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Tredici le persone morte durante le proteste dell’11 aprile e trenta dall’inizio delle manifestazioni. Bashir è stato arrestato e posto sotto sorveglianza in un “posto sicuro” che, secondo alcune fonti, si troverebbe all’interno del palazzo presidenziale. Awad Awnaf, Ministro della Difesa e capo della giunta militare che ha preso il potere, ha annunciato in diretta televisiva l’avvenuto colpo di Stato e la liberazione di tutti i prigionieri politici, mentre il paese si abbandonava a manifestazioni di giubilo.

Chi è Al Bashir, il deposto dittatore del Sudan

Il settantacinquenne ex colonnello dell’esercito Omar al-Bashir era salito al potere con un colpo di Stato militare nel 1989. Da allora Bashir ha controllato ininterrottamente il Paese, adottando la dottrina integralista islamica e dando ospitalità ai jihadisti di Al Qaeda. Per tale motivo, il Sudan fu inserito nella lista degli Stati Uniti dei paesi sostenitori del terrorismo, già prima dell’attentato del 2001 alle torri gemelle.

Negli anni novanta, infatti, Bashir aveva accolto trionfalmente a Osama Bin Laden, poi fu costretto a espellerlo su pressione degli Stati Uniti.

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Continuò, comunque, a produrre segretamente armi chimiche per Al Qaeda sin quando, nel 1998, gli Stati Uniti bombardarono l'industria farmaceutica di al-Shifa che le produceva.

Omar Al Bashir è il diretto responsabile della guerra civile che ha dilaniato il paese per un ventennio tra la parte settentrionale del Sudan, araba e musulmana, e quella meridionale, cristiana e animista. Nel 2003, a guerra civile in corso, scoppiò un ulteriore conflitto nella provincia occidentale del Darfur, tra i pastori arabi appoggiati dalle milizie integraliste e gli agricoltori animisti.

Il risultato fu un vero e proprio genocidio della popolazione locale animista e milioni di profughi.

Per tale motivo nel 2009 Bashir fu colpito da un mandato di arresto internazionale emesso dalla Corte penale dell’Aja per crimini di guerra e contro l'umanità (non, però, per genocidio). Il mandato di arresto è ancora valido ma, secondo gli osservatori, è improbabile che il nuovo governo ne dia esecuzione. Finalmente, nel 2011, ha avuto termine la guerra civile con la concessione dell’indipendenza al Sudan meridionale, ma proseguono tuttora gli episodi di violenza per il controllo di alcune ricche regioni petrolifere.

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Cosa si prevede che accadrà nei prossimi giorni in Sudan

Dopo l’entusiasmo iniziale, il sentimento popolare favorevole alla giunta militare è mutato a seguito dell’applicazione del coprifuoco, della chiusura dello spazio aereo sudanese e di tutte le frontiere, nonché della sospensione della Costituzione del 2005 (comunque mai applicata da Bashir). Il popolo chiede alla giunta di indire il prima possibile nuove elezioni per dare vita a un nuovo governo. Alcuni manifestanti non si arrendono e alcuni di loro hanno violato il coprifuoco unendosi al sit in organizzato dall’Associazione dei professionisti del Sudan di fronte al quartier generale dell’esercito.

Nel frattempo, in Sudan si assiste a scene inusuali per un paese islamico dove – quanto meno sino a ieri – vigeva la Shariah. La leader della protesta infatti è Alaa Salah, una studentessa di architettura di 22 anni, che arringa la folla senza indossare il chador ma il costume tradizionale sudanese. Alla protesta partecipano soprattutto altre donne, munite di cellulare, con il quale riprendono e registrano la rivoluzionaria. E’ un altro sintomo del disagio della donna islamica nei confronti dell’integralismo e del suo lento ma inevitabile risveglio. Di qui all’avvento di una reale parità di diritti, comunque, ancora ce ne vuole.