Matteo Bassetti, ospite de L'aria che tira, è tornato a parlare di Coronavirus. Da ospite della trasmissione di La 7 condotta da Myrta Merlino ha espresso il proprio pensiero, tra gli altri temi, su due punti. Uno è il fatto che in Francia stiano rivedendo alcune normative legate alle strategie di contenimento. L'altro è, invece, la sua contrarietà a quella che definisce una ossessione per il numero dei tamponi che vengono fatti ogni giorno.

L'aria che tira: si parla di coronavirus

Matteo Bassetti di professione fa l'infettivologo. Una professione medica che più delle altre ha combattuto gli effetti clinici della Covid.

Ha lodato il sistema sanitario italiano per come ha reagito allo tsunami di marzo e aprile e per come oggi stia dimostrando di fronteggiare il problema. Oggi, però, il professore del San Martino di Genova ritiene che altri stiano facendo passi in avanti nei protocolli sulla base di alcune evidenze scientifiche. "Sono orgoglioso di essere italiano. Ma i francesi - spiega -sono più bravi di noi, perché sono più veloci a cambiare l'idea". Il riferimento è al fatto che in Francia la quarantena è passata da quindici a sette giorni di isolamento obbligatorio. "Lo fanno - spiega - perché ci sono dati che dicono che la contagiosità c'è nei primi cinque giorni. Fanno quello che dice il Cdc di Atlanta.

Stiamo parlando dell'ente più importante al mondo". "Non solo - spiega Bassetti - dice che puoi fare una quarantena più corta, ma ti dice anche che puoi non fare il doppio tampone per fare la quarantena. Questo alleggerirebbe di molto il peso sulle strutture ospedaliere territoriali dei tamponi".

Quarantena e tamponi visti da Matteo Bassetti

Matteo Bassetti nei giorni scorsi ha lodato la capacità di tracing. Ossia la capacità del sistema sanitario di andare a intercettare i casi di coronavirus sulla base della ricostruzione della mappa dei contagi. Sui tamponi ha un punto di vista chiaro. "Dovrebbe esserci - spiega - un accesso più rapido ai tamponi".

Tuttavia ci tiene a specificare una cosa. "C'è stato un periodo - sottolinea - in cui a nessuno importava se curavamo bene o male i pazienti. Importava sapere quanti tamponi le Regioni facevano. Questo è un indicatore che ha un po' fuorviato".

A suo avviso sarebbe fondamentale che chi arriva da una località a rischio venga sottoposto al più presto ad un accertamento diagnostico basato sul tampone, spingendo sul fatto che questo dovrebbe essere pronto in poche ore.

Ciò che non lo convince è un eventuale screening di massa. "Non sono d'accordo nel dire che tamponiamo tutta la popolazione, rischiamo di mettere in isolamento l'Italia intera".

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