Le parole di Donald Trump sulla Groenlandia hanno fatto tremare i pilastri dell’Alleanza Atlantica. L’ipotesi, poi ridimensionata, di un intervento militare statunitense sull’isola artica, territorio autonomo appartenente alla Danimarca, ha aperto uno scenario senza precedenti: può un Paese NATO attaccarne un altro senza far implodere l’intero sistema di sicurezza occidentale?. Il Trattato del Nord Atlantico, firmato nel 1949, non prevede esplicitamente una simile eventualità. La NATO nasce infatti come patto di mutua difesa contro minacce esterne, non come meccanismo per gestire conflitti interni tra Stati membri.
Proprio questa lacuna giuridica rende l’ipotesi di uno scontro tra alleati un vero e proprio paradosso politico e legale.
La retromarcia di Trump e la risposta europea
Dopo una reazione insolitamente compatta dell’Europa, Trump ha attenuato i toni, assicurando che la questione della Groenlandia verrà affrontata sul piano diplomatico. Ma il danno politico era già fatto: per la prima volta si è discusso apertamente della possibilità che gli Stati Uniti potessero usare la forza contro un alleato NATO pur di tutelare interessi strategici. Se Washington avesse davvero agito militarmente, la credibilità dell’Alleanza sarebbe stata messa seriamente in discussione. Una frattura che non avrebbe giovato a nessuno: l’Europa rischierebbe di perdere l’ombrello militare americano, mentre gli Stati Uniti dovrebbero rinunciare a una rete fondamentale di basi nel Vecchio Continente.
Solo in Italia, la presenza militare USA conta circa 120 installazioni.
Articolo 5 il cuore della NATO, ma non per i conflitti interni
Il fulcro del Patto Atlantico è l’articolo 5, che equipara un attacco armato contro uno Stato membro a un’aggressione contro tutti. È il principio della difesa collettiva. Tuttavia, il testo non chiarisce cosa accadrebbe se l’aggressore fosse uno dei Paesi firmatari. In altre parole, il Trattato disciplina con precisione le minacce esterne, ma resta muto nel caso di uno scontro tra alleati. Un vuoto normativo che riflette la natura stessa della NATO: un’alleanza costruita per fronteggiare prima l’Unione Sovietica e, dopo la Guerra fredda, per garantire stabilità e sicurezza internazionale.
Articolo 4 come unica valvola di sfogo
In uno scenario di tensione interna, gli Stati avrebbero potuto fare ricorso all’articolo 4, che prevede consultazioni quando l’integrità territoriale o la sicurezza di un membro viene percepita come minacciata. Anche qui, però, non sono indicate misure concrete nel caso in cui la minaccia provenga da un altro Paese NATO. Questo significa che, almeno sul piano teorico, un attacco tra alleati non è impossibile. Tutto dipenderebbe dalle scelte politiche dei singoli Stati e dal calcolo dei costi e benefici in termini strategici, economici e di prestigio internazionale.
L'Europa avrebbe davvero reagito?
Secondo molti analisti di geopolitica, un intervento militare europeo in difesa della Groenlandia sarebbe stato improbabile.
Il divario di forza è enorme: gli Stati Uniti contano oltre 1,3 milioni di militari attivi, mentre la Danimarca ne ha poco più di 13 mila. Anche sul piano delle risorse economiche la sproporzione è evidente. Nel 2025, Washington ha destinato alla difesa circa 845 miliardi di dollari, contro i 559 miliardi complessivi spesi dagli altri 31 membri della NATO. A ciò si aggiunge un dettaglio strategico cruciale: gli Stati Uniti dispongono già di una base militare in Groenlandia, che avrebbe facilitato qualsiasi operazione.