A un mese da quella che doveva essere l'ennesima guerra lampo, il fronte si allarga con gli attacchi missilistici degli Houthi contro Israele, in supporto del loro alleato iraniano. Loperazione congiunta israelo-statunitense ha riaperto il vaso di Pandora del Medio Oriente, liberando tensioni antiche e accrescendo l'instabilità regionale. In questo scacchiere solo apparentemente caotico, è in gioco l'equilibrio globale, in quello che molti analisti definiscono il "New Great Game". Il termine, originariamente legato alla rivalità tra Impero britannico e Impero russo nell'Asia del XIX secolo, descrive oggi la competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina, intrecciata alla rivalità tra Arabia Saudita e Iran, finora combattuta per procura in Siria, Yemen, Iraq e Libano.

Intervenendo più per opportunità e sopravvivenza che totale sottomissione all'Iran, gli Houthi hanno confermato il loro coinvolgimento nel conflitto a fianco di Teheran. In un video diffuso per rivendicare l'attacco, il portavoce militare del gruppo, Yahya Saree, ha dichiarato che questo coincide con "l'operazione eroica" dei mujaheddin in Iran e di Hezbollah in Libano e che la azioni continueranno finché l'aggressione contro tutti i "fronti di resistenza" non si fermerà.

Scenari incerti

Nonostante le incertezze sulla capacità degli Houthi di sostenere a lungo il proprio impegno su più fronti, il loro intervento ha il potenziale di ampliare ulteriormente il conflitto, aumentando la pressione sui Paesi del Golfo, e compromettere i già fragili sforzi diplomatici

Si teme infatti che gli Houthi possano riprendere gli attacchi contro le navi nel Mar Rosso, estendendosi allo stretto di Bab al-Mandab e al Golfo di Aden, una tattica già utilizzata durante la guerra a Gaza.

L'impatto sul commercio globale sarebbe immediato, aggiungendosi al blocco iraniano dello stretto di Hormuz. Esiste inoltre il rischio che gli Houthi intensifichino le operazioni nella parte settentrionale del Mar Rosso, dove l'Arabia Saudita ha reindirizzato le proprie esportazioni di petrolio attraverso l'oleodotto est-ovest verso il suo porto di Yanbu, deviando parte del traffico dal Golfo al Canale di Suez. Disattivare quell'oleodotto, che corre sottoterra, sarebbe complesso, ma gli Houthi potrebbero comunque provarci.

Un'ulteriore escalation potrebbe consistere nel colpire le basi militari e i centri logistici statunitensi nel Golfo, o addirittura di attaccare direttamente gli Stati arabi della regione.

Non si tratterebbe di una strategia nuova, essendo questo tipo di attacchi già avvenuti in passato con la motivazione che i Paesi del Golfo, direttamente o indirettamente, sostengono lo sforzo bellico statunitense. In questo scenartio, gli Houthi si affiancherebbero ulteriormente all'Iran, aumentando la pressione su Washington e sui suoi alleati, soprattutto nel contesto di eventuali operazioni per la riapertura dello stretto di Hormuz.

La scesa in campo degli Houthi con i loro attacchi contro Israele solleva anche il timore di una riacutizzazione della guerra civile in Yemen, già responsabile di una grave crisi umanitaria e che ha visto un forte coinvolgimento dell'Arabia Saudita.

Delicati equilibri della regione

L'Arabia Saudita, insieme a Emirati, Kuwait e Bahrein, continua a esercitare pressioni su Trump affinché prosegua le operazioni contro l'Iran

Secondo quanto riporta l'Associated Press, questi paesi lamentano di non essere stati informati tempestivamente dell'iniziativa israelo-statunitense, nonostante i loro ripetuti avvertimenti che un conflitto avrebbe avuto conseguenze devastanti nella regione, e ritengono che l’attuale fase rappresenti un’opportunità per indebolire il regime di Teheran. Pertanto, finché non si ha un cambio drastico di regime o nell'attegiamento dell'Iran, questi paesi urgono la necessità che non vi sia una tregua.

Alla luce di questi sviluppi, resta aperta una domanda cruciale dal punto di vista di politica estera: se gli Stati del Golfo, Arabia Saudita inlcusa, decideranno di affiancare Stati Uniti e Israele in un confronto diretto con l'Iran. Un simile scenario aprirebbe una nuova fase del conflitto, con l’ingresso di ulteriori attori e la ridefinizione degli equilibri regionali e globali.