Mentre l’Unione Europea si prepara all’entrata in vigore del nuovo Patto su Migrazione e Asilo (12 giugno 2026), un’analisi pubblicata da European Data Journalism Network lancia un allarme chiaro: le politiche europee stanno aumentando l’irregolarità invece di ridurla.

Secondo l’inchiesta, l’UE sta imboccando una strada che rischia di produrre una “società parallela” di persone senza diritti, bloccate in procedure amministrative sempre più rigide e in centri di frontiera che funzionano come limbi permanenti.

Cosa sta accadendo

L’articolo evidenzia tre dinamiche chiave:

  • Irrigidimento delle leggi: il Patto lega ancora di più asilo e irregolarità, insinuando sospetto verso chi richiede protezione.

  • Procedure spostate alle frontiere: le domande verranno trattate in centri di frontiera, con rischio di detenzione prolungata e diritti limitati.

  • Nuove “return platforms” fuori dall’Europa: strutture esterne dove trattenere persone in attesa di rimpatrio, previste nella revisione della Return Directive.

Il risultato?

Un sistema che produce irregolarità amministrativa, non perché le persone “vogliono” essere irregolari, ma perché le norme rendono quasi impossibile restare in regola.

Un approccio che non funziona

L’ossessione europea per la deterrenza nasce dal trauma del 2015, ma i dati mostrano che:

  • l’aumento dei migranti in Europa è stato molto inferiore rispetto ad altre regioni del mondo;

  • la migrazione è un fenomeno normale e strutturale nelle società contemporanee;

  • solo un sesto dei migranti globali è composto da richiedenti asilo.

Nonostante ciò, l’UE continua a trattare la mobilità come un problema di sicurezza, con il rischio di minare coesione sociale, uguaglianza e diritti fondamentali.

C’è un dato che pesa ancora di più

Le politiche che generano irregolarità non colpiscono solo chi fugge da guerre o persecuzioni.

Tra le persone che rischiano di diventare irregolari ci sono anche studenti, ricercatori, dottorandi, professionisti altamente qualificati, spesso intrappolati in scadenze burocratiche, permessi non rinnovati in tempo, o procedure che si allungano oltre ogni previsione. Questa parte della popolazione migrante – fondamentale per università, ricerca, innovazione e settori professionali europei – non appare quasi mai nel dibattito pubblico, ma è tra le più vulnerabili alle rigidità normative.