Presentati al European Hematology Association (EHA), Congresso della Società Europea di Ematologia terminato a Madrid domenica 25 giugno, gli ultimi dati clinici sul nuovo farmaco immuno-oncologico, elotuzumab, sul Mieloma Multiplo (MM). I risultati sono positivi ma, purtroppo, ancora parziali.

Solo il 51% dei pazienti sopravvive

L’immuno-oncologia ha fatto da protagonista anche al 22°Congresso della Società Europea di Ematologia (EHA). Nel Mieloma Multiplo, i dati presentati sull’elotuzumab, una nuova molecola immuno-oncologica, hanno prospettato dei benefici clinici duraturi associati ad una migliore qualità della vita.

In estrema sintesi, sono questi i dati presentati al meeting di Madrid sul Mieloma Multiplo. Un tumore dove due pazienti su tre ha forti dolore alle ossa associati a fratture. Tutto questo compromette significativamente la qualità della vita soprattutto nei casi in cui si fa fatica a camminare, salire le scale, andare in bicicletta o semplicemente guidare un auto. Nel 50% dei pazienti si osserva anche una insufficienza renale.

In questi pazienti l’approccio immuno-oncologico rappresenta l’ultima chance. Poter potenziare il sistema immunitario contro i tumori è effettivamente una strategia che nei tumori solidi, come melanoma, tumore al polmone, alla vescica e ai reni, sta dando ottimi risultati.

L’immuno-oncologia oggi viene studiata anche nei tumori del sangue, in particolare nel mieloma multiplo. Elotuzumab è un farmaco della classe immuno-oncologica, approvato in Europa (EMA) già lo scorso anno, potrebbe riuscire a dare anche per il MM dei benefici duraturi, rendendo la malattia cronica, da tenere sotto controllo come qualsiasi patologia cronica, come può essere il diabete.

Ricordiamo che ora il MM ha una sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi del 51%.

Ora si intravede uno spiraglio

Ogni anno in Italia vengono diagnosticati 4.400 nuovi casi di MM, un tumore del sangue che ha origine nelle plasmacellule, cellule a prevalente localizzazione nel midollo osseo e specializzate nella produzione di anticorpi.

Si tratta di una patologia che diventa più frequente con l’aumentare dell’età: 2% sotto i 40 anni, 38% dopo i 70 anni. Spesso alla diagnosi si arriva in modo casuale, dopo aver effettuato delle analisi del sangue si osservano livelli levati di immunoglobuline.

Finora la terapia era basata sulla chemioterapia associata alla radioterapia. I risultati clinici (studio ELOQUENT-2) ottenuti con il nuovo farmaco - associato a lenalidomide e desametasone), valutati dopo 4 anni (su 646 pazienti), vedono un 21% dei pazienti liberi dalla malattia o non deceduti rispetto al 14% registrato nel gruppo di controllo, trattati solo con lenalidomide e desametasone. Come dire, in questo caso l’approccio immunoterapico ha quasi raddoppiato la risposta positiva e la sopravvivenza.

E questo è stato osservato in tutti i gruppi trattati, indipendentemente dallo stadio della malattia.

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