Avrebbe compiuto 70 anni quest'anno, gli stessi del campionato del mondo di F1. Mancavano davvero pochi minuti alle fine delle qualifiche del Gran Premio del Belgio sulla pista di Zolder in quell'8 maggio del 1982 e, dopo due settimane dalla "famigerata" Imola, la tensione in casa Ferrari era altissima. Nella mente e nel cuore di Gilles Villeneuve c'era ancora il sorpasso alla Tosa subito dal compagno di scuderia Didier Pironi, lo aveva vissuto come un tradimento ed era rimasto ancora più deluso dall'atteggiamento di Enzo Ferrari che, pur difendendolo, aveva minimizzato l'episodio. Tre anni prima lui aveva aiutato Jody Scheckter a vincere il titolo mondiale ma, sebbene fossero passati pochi anni, quella era un'altra F1 e sarebbe morta definitivamente quel triste pomeriggio a Zolder.

L'incidente di Zolder

Mancano davvero pochi minuti alla fine delle qualifiche con Villeneuve che occupa l'ottavo posto nella griglia di partenza e Pironi che lo precede di due posizioni. Si tratta dell'ultimo tentativo di migliorare il suo tempo e le immagini di quei secondi scorrono implacabili, scolpite nella mente di chi le ha vissute. Gilles che affronta la chicane alle spalle dei box e si immette sulla discesa verso la '"curva del bosco", la March di Jochen Mass molto più lenta gli si para davanti e quest'ultimo si sposta a destra, convinto che la Ferrari di Villeneuve lo stia sorpassando a sinistra. Anche il pilota canadese però va verso destra e l'impatto è inevitabile: la ruota anteriore sinistra della monoposto italiana urta la posteriore destra di Mass, la Ferrari di Villeneuve decolla per circa 25 metri, si schianta e viene rilanciata in aria ormai praticamente in pezzi, Gilles viene sbalzato fuori dall'abitacolo con il sedile attaccato a sé e, dopo un volo di 50 metri, sbatte violentemente su un paletto di sostegno della rete metallica esterna.

I soccorsi sono tempestivi, ma i medici che gli prestano le prime cure sono già consapevoli che c'è poco da fare: trasportato in elisoccorso all'ospedale St. Raphael di Lovanio, resta attaccato alle macchine per diverse ore. Poi la moglie Joanna, dopo un consulto con i dottori, dà l'autorizzazione a staccare tutto.

"Il mio passato è pieno di dolore e di tristi ricordi: mio padre, mia madre, mio fratello e mio figlio. Ora quando mi guardo indietro vedo tutti quelli che ho amato. E tra loro vi è anche questo grande uomo, Gilles Villeneuve. Io gli volevo bene", dirà Enzo Ferrari e qualcuno vorrà intravedere anche un senso di colpa in questa sua affermazione, perché forse non aveva dato al suo pilota la "protezione" di cui aveva bisogno dopo Imola.

Gli stessi sensi di colpa che probabilmente divoreranno anche il cuore di Didier Pironi, sul quale in troppi punteranno l'indice come "responsabile indiretto" della morte del suo compagno di squadra. Ma quella stagione sarà maledetta anche per il francese e per tutta la Ferrari: tre mesi dopo infatti Pironi sarà protagonista a sua volta di uno spaventoso incidente nelle prove libere del Gran Premio di Germania e, a causa delle gravissime ferite alle gambe, sarà costretto ad abbandonare la carriera in F1. Il Mondiale 1982 lo vincerà Keke Rosberg su Williams, con una manciata di punti sullo stesso Pironi e sulla McLaren di John Watson.

Un mito senza tempo

Gilles Villeneuve è morto a 32 anni e l'impressione è che, senza l'incidente di Zolder, la sua carriera in F1 sarebbe proseguita lontano dalla Ferrari dopo il "misfatto" di Imola.

Era giunto a Maranello nella calda estate del 1977, quando Niki Lauda (fresco campione del mondo per la seconda volta) ed Enzo Ferrari si erano poco cordialmente sbattuti la porta in faccia. Al posto del fuoriclasse austriaco il Drake prese il pilota canadese che aveva disputato soltanto un Gran Premio in F1, meno di un mese prima in Gran Bretagna con la McLaren. L'impeto mostrato in quella gara convinse Ferrari a tentare la scommessa, un illustre sconosciuto in sostituzione di Lauda come per dimostrare che sono sempre le Ferrari a fare la differenza e non i piloti.

Gli inizi non sono facili: alla seconda gara in Giappone l'impetuoso canadese, che in patria correva con le motoslitte, si renderà protagonista, suo malgrado, di un tremendo incidente, nel tentativo di sorpassare la Tyrrel del compianto Ronnie Peterson, che costerà la vita a un commissario di percorso e a un fotografo.

Nonostante le feroci critiche, Villeneuve sarà confermato alla guida della Ferrari e contribuirà ulteriormente a ritoccare una leggenda senza tempo, aggiungendo il suo mito ugualmente immortale.

Cavalieri epici che sfidano la morte

Non ha certo riscritto per intero la F1 in cifre come farà diversi anni dopo Michael Schumacher: 67 GP disputati con 6 vittorie, 13 podi e 2 pole position, ma in soli quattro anni nel circus accederà la fantasia della gente più di qualunque altro pilota che lo avesse preceduto e, forse, più di altri che verranno dopo di lui alla Ferrari. Si dice che 'si ama davvero solo una volta nella vita' e nei cuori di chi lo ha visto correre non ci può essere posto per nessun altro.

Villeneuve non aveva lo stile perfetto di Senna e Schumacher, la 'fredda mente' di Niki Lauda, l'intelligenza di Prost o l'astuzia di Piquet e non ha vissuto una F1 come quella dei giorni nostri in cui la tecnologia facilita il compito del pilota in modi che a suoi tempi sarebbero stati pura fantascienza. Ma ciò che per ognuno di questi piloti era considerato azzardo, audacia se non addirittura follia pura era per lui ordinaria amministrazione. Tutti i piloti sono animati dalla voglia di vincere, ma quasi nessuno ha mai sfoderato una simile 'ferocia' nel tentativo di riuscirci. "Era il più gran bastardo contro cui si potesse correre ma era assolutamente leale", dirà di lui Keke Rosberg mentre Alain Prost lo definirà "l'ultimo grande pilota.

Il resto di noi è solo un gruppo di buoni professionisti". Enzo Ferrari lo paragonava a Tazio Nuvolari... 'di morire non gli importa niente' canterà Lucio Dalla nella sua bellissima dedica musicale al mitico 'mantovano volante' e Gilles era proprio così, un ragazzo dal volto pulito, minuto e timido agli occhi di chi lo vedeva fuori da una monoposto, nel cui abitacolo diventava un cavaliere epico che sfidava la morte ad ogni gara. Lo chiamavano l'Aviatore perché spesso le sue vetture volavano, non in senso metaforico e i tifosi della Ferrari in ognuno di questi voli vedevano un tentativo di superare il limite, quel limite che Gilles spostava continuamente in avanti fino a quelle che potevano essere le estreme conseguenze.

Le imprese

Nel giorno in cui ricorre il 38° anniversario della sua morte, lo vogliamo ricordare soprattutto per le sue imprese: 6 le vittorie alla guida della Ferrari e ognuna è rimasta indelebile, ma anche alcune gare che non è riuscito a vincere come il Gran Premio di Francia del 1979. Quella sfida fianco a fianco con René Arnoux per il secondo posto passa alla mitologia automobilistica come "Il duello di Digione": gli ultimi giri fatti di sorpassi e controsorpassi e le due auto che si toccano continuamene a velocità pazzesca; oggi qualcosa del genere si vedrebbe soltanto al cinema ed è probabilmente è il più incredibile testa a testa mai ammirato su una pista di F1. Oppure, nello stesso anno, il Gran Premio d'Olanda quando, a seguito di una foratura, fece un intero giro di pista su tre ruote e poi la sua sincera sorpresa ai box quando i meccanici gli dissero chiaramente che la vettura era talmente danneggiata da non poter essere sistemata in alcun modo.

L'auto aveva certamente più limiti del suo indomito pilota, ma siamo convinti che lui non se ne rendesse conto. Gilles era leale, coraggioso e incosciente e quest'ultima caratteristica gli ha consentito di rendere memorabili le sue poche vittorie: quella a Montecarlo nel 1981 quando fu protagonista di una straordinaria rimonta ai danni di Alan Jones o quella in Spagna il 21 giugno dello stesso anno quando tenne testa alla Ligier di Jacques Lafitte, alla McLaren di John Watson, alla Williams di Carlos Reutemann e alla Lotus di Elio De Angelis. Uno spettacolare arrivo in volata con cinque piloti racchiusi in un 1"24. Questa sarebbe stata l'ultima delle sei volte in cui era salito sul gradino più alto del podio.

La breve ma intensa epopea di Gilles Villeneuve finiva poco meno di un anno dopo, in quel triste pomeriggio belga di 38 anni fa e la F1 non sarebbe più stata la stessa, così come qualcosa sarebbe cambiato per sempre anche in noi ingenui e giovanissimi sognatori dell'epoca, che improvvisamente c'eravamo resi conto che gli eroi possono morire e non necessariamente alla fine della storia.

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