È passato qualche giorno dalla clamorosa esclusione di Lorena Wiebes dal Giro d’Italia di ciclismo, ma la velocista olandese della SD Worx-Proteam finalmente parla pubblicamente per la prima volta, definendo “ingiusta” la decisione che le ha tolto la vittoria della prima tappa e l’intera corsa. Nel podcast La Koers, la campionessa ha condiviso le difficili sensazioni provate nelle ore immediatamente dopo il verdetto, invitando l’Unione Ciclistica Internazionale (UCI) a rivedere i protocolli sulle sanzioni per casi simili.

'Il peso variava da un controllo al'altro'

Il caso è nato da un rituale controllo tecnico in cui la bici di Wiebes è risultata sotto il peso minimo consentito, circostanza che ha fatto scattare una squalifica immediata. “Quando sono tornata dal podio e ho visto ancora la bici lì, ho capito che era successo qualcosa” ha raccontato.

A preoccupare la velocista è stata soprattutto la discrepanza nelle varie misurazioni: “Il peso variava tra un controllo e l’altro – ha spiegato – il team aveva pesato la bici prima e dopo la corsa e risultava conforme. Se ci fosse stata coerenza, avrei potuto accettare la sanzione; così invece tutto è stato molto confuso.”

Wiebes ha voluto chiarire di non voler attribuire accuse ai suoi meccanici, rimasti scossi dall’accaduto.

“Sento che hanno fatto tutto il possibile, e mi è difficile pensare che abbiano commesso errori grossolani,” ha detto.

La ciclista ha inoltre sollevato dubbi fondamentali sulla giustizia della penalità, soprattutto considerando che il presunto vantaggio di una bici più leggera si manifesta soprattutto nelle tappe di montagna. “In pianura davvero si guadagnano minuti per pochi grammi in meno? È un argomento complesso, lo so, ma le misurazioni devono essere affidabili senza fluttuazioni inspiegabili,” ha aggiunto.

'La sicurezza dovrebbe essere la prima preoccupazione'

Wiebes si è detta favorevole a una maggiore proporzionalità nelle sanzioni, suggerendo alternative meno radicali rispetto alla squalifica immediata: “Forse un cartellino giallo, una retrocessione, o una multa sarebbero soluzioni più giuste.

Espellere un corridore per qualcosa fuori dal suo controllo sembra troppo severo.”

Il confronto con altre priorità nello sport è netto. “La sicurezza dei corridori dovrebbe essere la prima preoccupazione – ha sottolineato – e questa questione tecnica non metteva a rischio nessuno. Per questo la punizione appare sproporzionata e ingiusta.”

Nonostante la delusione iniziale, Wiebes ha voluto sostenere le compagne di squadra fino alla fine del Giro, tornando in Italia insieme alla compagna e ciclista Floortje Mackaij, trascorrendo qualche giorno vicino al Lago di Garda. “Volevo esserci per loro, perché anche se non potevo correre, sono parte di questa squadra.”

La famiglia della campionessa ha vissuto con dolore la notizia, tanto che la nonna di Wiebes ha temuto che quella squalifica potesse significare la fine della sua carriera.

“Per fortuna non sarà così – ha rassicurato la ciclista – ma mostra quanto sia stata surreale tutta la situazione.”

Ora la parola passa all’UCI, chiamata a chiarire e migliorare i regolamenti per evitare ambiguità e ingiustizie. “La cosa più importante è che queste situazioni non si ripetano in modo confuso come è successo a me,” ha concluso. “Perché per me, questo resta un’ingiustizia che va affrontata.”